Molti di noi conoscono la canzone di Angelo Branduardi Confessioni di un malandrino, pochi però sanno che questa canzone è tratta da una poesia di Aleksandrovic Esenin, poeta russo nato nel 1895 e morto suicida (un suicidio indotto, a dirla tutta) nel 1925.
Questo gigante della poesia russa ha lasciato un segno non indifferente nel suo paese natio: era a tal punto “pericoloso”, che fu impedita la lettura delle sue opere sotto Stalin e Chruščëv. Eppure egli era riconosciuto come poeta rivoluzionario… il suo “difetto” più grande per Stalin & co. è da identificare in quello di cui scriveva: non trattava di rivoluzione in maniera canonica, ma secondo un contesto differente da quello urbano, un contesto contadino; basti leggere questo estratto da Le Chiavi di Maria, del 1918: «Ecco perché riteniamo così contraria a noi le mani della tutela marxista messe addosso, nell’ideologia, all’arte. Questa ideologia costruisce con le mani degli operai un monumento a Marx, ma i contadini vogliono innalzare un monumento alla mucca» (cit. tratta dall’Introduzione di Eridano Bazzarelli al volume Poesie e poemetti, di S. Esenin, 2000, BUR).

Esenin crebbe in campagna e ciò che più lo deluse della Rivoluzione d’Ottobre fu la forte esclusione dell’ambito contadino nei programmi rivoluzionari, nonostante tutta la propaganda prerivoluzionaria, dacché i campagnoli erano considerati (non senza una certa ragione) conservatori. Purtroppo, nonostante le rosee premesse, aveva intravisto bene quello che sarebbe diventata la Russia post rivoluzionaria… Esenin dunque, con un certo disappunto, ha voluto guardare oltre la Rivoluzione, capendone prima di molti la stupidità (sin dal 1918, in tempi ancora non sospetti): è così che si fece poeta di un sentimento terreno, quasi primitivo, volto a riscoprire un intero ecosistema trascurato dalla sintesi macchinosa dello Stakanovismo russo. Solo per questo dovrebbe essere considerato un eroe della Rivolta poetica all’ottusità del potere.

La sua poesia, sin dai primi componimenti, si rivela molto forte, netta: ricava nelle insenature di una Natura Madre la trama di un mondo che non può morire, un mondo che parla, in cui trova casa la poesia di Esenin.

Là, dove gli orti di cavoli
L’aurora annaffia di rossa acqua,
Il piccolo acero succhia
La verde mammella della madre.

(1910)

(S. Esenin, Poesie e poemetti, 2000, BUR)

In questo epigramma si vede come la natura, inquadrata con una grazia eccezionale, sia una figura positiva, viva, ma soprattutto umana. Forse che sia un mondo ideale, che sia un’idealizzazione, ma il tracciato del poeta russo è forte, netto, capace di dare voce ad un mondo che sempre più va perdendo terreno rispetto alle luci di una ribalta cittadina, che suona molto come straziante annichilimento della socialità…

Da La Rus’ Sovietica

Quell’uragano è finito. Pochi fra noi sono salvi.
Molti non rispondono al richiamo dell’amicizia.
Di nuovo sono ritornato al paese diventato orfano,
Dal quale ero mancato otto anni.

(…)

Darò tutta l’anima all’ottobre e al maggio,
Solo non darò la mia amata lira.

(…)

Ma anche allora,
Quando in tutto il pianeta
Passerà l’inimicizia fra le tribù,
Spariranno la menzogna e la tristezza, –
Io glorificherò
Con tutto il mio essere di poeta
La sesta parte della terra
Che ha un breve nome: «Rus’»

(1924)

(Ibid.)

Questi estratti del suo poemetto La Rus’ Sovietica parlano da soli: lui vuole cantare la sesta parte della terra, una parte marginale, ma appunto per questo importante, più di ogni rivoluzione. In questo caso si può ben parlare di un poeta dedito in senso stretto all’ecologia, ossia allo studio, all’indagine della dimora (oikos, casa in greco e loghia, studio, indagine sempre in greco). Ancora oggi leggere Esenin colpisce, perché nelle sue pagine, dedicate ad un mondo che a quei tempi era ben poco considerato, riesce a restituire dignità a dei volti, dei viandanti che lavorano ogni giorno la terra, la conoscono e le danno un valore. In questo si ritrova più di molti altri spazi l’ideale: avvicinarsi alla terra-dimora per capire chi siamo.

Da Primavera

(…)

Terra, terra!
Tu non sei un metallo, –
Il metallo sai
Non lascia sbocciare le gemme.
È sufficiente leggiucchiare
Una riga,
E a un tratto, –
Capisci il «Capitale».

(Dicembre 1924)

(Ibid.)

 

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