E’ vero, oramai non se ne può più della polemica sull’affetto agli animali, che vede scontrarsi senza esclusione di colpi animalisti convinti alla strenua difesa dell’importanza e del valore di un rapporto sentimentale con gli amici a quattro zampe, e i criticatissimi indifferenti, ancora sostenitori della differenza tra esseri umani e animali. Ma al di là dei polveroni sollevati dai dibattiti sui social network o dalle animate discussioni in diretta tv, non c’è effettivamente un problema sociale alla base?

Papa Francesco, che con la sua affermazione a riguardo, con il suo invito a riflettere sull’importanza della solidarietà tra “fratelli” e sul non confonderla con la pietà e la dolcezza rivolta ai propri cagnolini, si è sicuramente assicurato una pioggia di insulti e guadagnato le inimicizie delle associazioni amiche degli animali, ma ha anche toccato il punto della questione: l’ostinazione ad esaltare all’inverosimile rapporti affettivi con gli animali, nasconde un’insicurezza, una pigrizia, una paura o un’incapacità, chiamiamola come vogliamo, di fondo ad instaurare rapporti reali con le persone.

Sicuramente è più facile considerare come massime espressioni di affetto delle leccate di guancia o delle scodinzolate a mille all’ora quando si ritorna a casa, piuttosto che aspettarsi qualcosa di più impegnativo da amici, partner, famigliari. Quando hai dato al tuo cucciolo i croccantini e una cuccia calda, sei già diventato il suo eroe e quando l’hai portato a fare la passeggiata di routine ti sei guadagnato tutto il suo amore. Un po’ di grattini sulla pancia la sera, mentre guardi un film, e via, tra voi fila tutto liscio.

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Con una persona invece, la faccenda è un po’ diversa. Bisogna saperla prendere, bisogna saperla capire. A volte non è un bisogno pratico quello che cerca, non puoi nemmeno trascinarla di volata, tra un impegno e l’altro, fuori al parco e stop. Magari i grattini sulla pancia, quella sera, non li vuole e lo si deve intuire, altrimenti nascono discussioni. Sì, le discussioni che con gli animali, per esempio, non si hanno!

Forse allora, sostenere che il proprio amore e il proprio sentimento siano meno sprecati, più meritati, se rivolti ad un cane piuttosto che ad un amico, un vicino, un collega, è un atteggiamento decisamente più egoista di quello che i convintissimi pet-lovers vogliono farci credere. Quello mascherato da necessità di essere amichevoli e ben disposti e di esserlo con il proprio cucciolo invece che con il proprio amico perché questo è più gentile ed amorevole, è invece una non voglia di impegnarsi e di mantenere invece un distacco, un nascondere la paura e la pigrizia di costruire legami, ostentandone di fasulli.

Il problema è che qui non si tratta più della semplice adorazione delle bestiole, con scene a volte un po’ ridicole, di coccole spassionate, o dell’involontaria tendenza a parlare con il proprio cane. Si tratta di una vera e propria presa di posizione estrema: “Io sto con il mio cane, perché le persone fanno schifo”, “chi non ha un animale non sa cosa voglia dire volersi bene”, “quello per gli animali è il solo amore possibile”.

Ma la cosa non si ferma qui: questo fanatismo va sempre a braccetto con la critica sfrenata a chi si dissocia da questo stile di vita. Piovono insulti e critiche e chiunque non sia così diventa automaticamente un essere orribile, un torturatore di animali. Questa tendenza ad attaccare chi si dissocia dal fanatismo poi, nasconde la consapevolezza di essere non del tutto nel giusto, la miglior difesa è l’attacco.

Si tratta un po’ di decidere se lasciarsi travolgere da questa nuova tendenza semplificatrice o se si voglia essere, con annesse naturali difficoltà, PERSONE che con naturali difficoltà si relazionano con altre persone.

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Credits: im1, im2