Di Silvia Carbone

Un sorprendente aperitivo al buio. No, non pensate a un appuntamento per trovare l’anima gemella. Intendo buio buio; niente luce, neanche uno spiraglio.

Ormai da parecchi anni l’Istituto dei ciechi di Milano offre diverse attività volte ad avvicinare i cittadini ad una comprensione, seppur minima, delle dinamiche di vita quotidiana delle persone non vedenti.

Molto tempo fa avevo partecipato al percorso “Dialogo nel buio”; mi ricordavo che fosse stata un’esperienza forte, mi ricordavo di alcune sensazioni di spaesamento, leggera ansia e anche, stranamente, di eccitazione e libertà.

La mostra-percorso “Dialogo nel buio” ricrea degli scenari che ognuno di noi incontra tutti i giorni: casa, strada, fruttivendolo… Tutto in un buio pesto. A gruppi, si entra in fila indiana tenendo una mano sulla spalla della persona davanti a sé, e una guida non vedente, con grande tranquillità, fa strada dove i ciechi siamo noi. Spiega quello che sa sugli ambienti, tutto quello che riesce a cogliere del mondo utilizzando gli altri sensi. E ti spinge a provare lo stesso, a farti domande su ciò che ti circonda, raccogliere indizi e muoverti, soprattutto muoverti di conseguenza.

E’ davvero difficile. Chi vede è abituato a far passare tutti gli altri sensi in secondo piano. L’immagine visiva del mondo è la prima, essenziale componente che determina la nostra idea di esso. Vedere un oggetto ci permette di associarlo velocemente a sensazioni, legate agli altri sensi, che abbiamo avuto in passato. Praticamente, cioè, ci basta vedere qualcosa di cui abbiamo già fatto esperienza per sapere che odore, sapore, consistenza, suono abbia.

Senza questo punto di riferimento, ci sentiremmo un po’ perduti.

Ed è così che ci si sente a Dialogo nel buio: come bambini, inesperti, un po’ impauriti, ma eccitati, con tutti i sensi all’erta.

Recentemente ho provato anche l’aperitivo al buio, un’esperienza un po’ differente, più statica, ma che proprio per questo permette di fermarsi a riflettere.

Stesso trenino per entrare, stessa cortesia delle guide, stesso spaesamento. Ti chiedono il nome e ti portano la mano su una sedia. Io, non so perché, ero convinta che la mia fosse in un tavolino isolato attaccato al muro, separato da quello del mio accompagnatore. L’ho cercato con la mano e, una volta trovato, ho avvicinato la sedia e ho scoperto di essere in un lungo tavolo unico con altre otto persone che mi stavano ai lati e di fronte.

Le cameriere hanno preso le ordinazioni dei cocktail e hanno portato due ciotoline di patatine e noccioline ciascuno. Strano scoprire prima con il tatto che con la vista come fossero di plastica e che forma avessero. Sorprendente scoprire quanto fosse rumoroso e “croccante” un tovagliolino da bar stropicciato tra le mani, e quanto questo dettaglio diventasse improvvisamente importante.

Le persone cominciano a parlare di più e del meno. Dopo un po’ qualcuno si sente rilassato, qualcun altro un po’ in ansia. Io ero stranamente vivace, molto più del solito. Mi è stato fatto notare che poteva essere legato al fatto che avessi meno controllo sulle cose. Ci ho pensato: era verissimo. Come quando, dopo un bicchiere di vino o di birra, ci si sente lucidi ma stranamente più a proprio agio nel mondo.

Ho pensato a quanto può pesare su di noi lo sguardo degli altri: non solo il giudizio espresso a parole, che è anche più raro, ma quello implicito, seppur involontario, in ogni sguardo.

Nel bar non c’era solo il mio gruppo, ma anche molti altri, insieme a vari camerieri e a un pianista che suonava. Mi sono accorta che, inconsciamente, cominciavo ad attribuire un carattere e perfino un aspetto fisico alle voci che sentivo intorno a me.

Passato il momento di novità assoluta, ambientatami per quanto possibile, ho avuto voglia di guardare il cellulare. Ovviamente non era possibile, li avevamo lasciati in un armadietto prima di entrare, altrimenti la luce avrebbe rovinato tutto. Ma è stata la prima fitta di mancanza che ho avvertito, e mi ha spinto a ragionare su tutte le altre, certamente più importanti, che sarebbero subentrate se fossi rimasta al buio più tempo.

E’ stata certamente un’esperienza memorabile, che consiglierei a chiunque. L’Istituto dei ciechi offre anche la possibilità di partecipare a delle cene al buio o a delle degustazioni. Per chi voglia provare a mettere in dubbio ciò che da sempre diamo per scontato, a guardare, o meglio sentire oltre, sul sito ufficiale troverà altre informazioni.

Io lascerò passare un po’ di tempo per far sedimentare le sensazioni e dimenticarle quel tanto che basta per riscoprirle, magari diverse, la volta prossima.

 

Per un ulteriore approfondimento sul tema, “La vista rende ciechi”, di Elisa Navarra, per voi su Lo Sbuffo

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