Da poco si è diffusa una nuova app che sta facendo impazzire certamente i giovanissimi e i novantini, che d’altronde con Pokemon sono nati e cresciuti, ma inaspettatamente anche i meno giovani. “Pokemon Go” è un app che sfrutta la telecamera esterna del telefono, smartphone o come vi pare. A seconda dell’ambiente in cui vi trovate sul vostro schermo compariranno tridimensionalmente dei pokemon che voi dovrete catturare. Questo è quanto.

Probabilmente solo l’ennesima trovata, eppure ragioniamoci. Se è vero che Playstation già con Eyetoy aveva cambiato radicalmente il rapporto giocatore-gioco unendo in uno solo schermo i due mondi, è altrettanto vero che il limite della cosa stava nell’immobilità della console. Cambiava la realtà ma solo quella del tuo salotto e solo per qualche ora al giorno. Diciamo un primo passo. Ora smartphone vuol dire sempre con me. Vuol dire altra-realtà (internet) sempre con me.

Pokemon Go però è un’esempio non di altra-realtà ma di realtà distorta. Per quanto si dovrebbe (si deve) prestare maggiore attenzione a quello che facciamo, vogliamo avere la fiducia di dire che quando una persona guarda uno schermo sia cosciente del fatto che sta guardando uno schermo e che la realtà è il cielo che le sta sopra la nuca. Pokemon Go sembra portare con sè qualcosa in più. Vedo la realtà dalla telecamera ma è un’altra. E quando ci si abitua a vedersi Pikachu in bagno, non so quanto sia sopportabile il ritorno all’assenza dell’amico di infanzia che finalmente possiamo conoscere. Cosa succederà a noi Pinocchi usciti dal Mondo dei Balocchi? La risposta potrebbe benissimo essere: NON USCIAMO. Ora dato che il mondo è infinito, ma già una città è infinita, Pokemon Go è un esempio di gioco infinito. Un gioco che sfrutta la realtà, la rimodella.

Forse era questo il vero limite del videogioco: la sua finitezza. Certamente si potrebbe fare anche un discorso opposto: si potrebbe ragionare cioè sulla semplicità e spesso la brevità degli ultimi videogame che in effetti giocano di più sulla straordinaria potenza della grafica e sull’insensata personificazione del giocatore con il personaggio che avviene grazie a intere sezioni di gioco che sono filmate. Il gioco diventa film. E il film diventa gioco. Ho sentito dire che la Disney vuole utilizzare per i prossimi film della saga “Star Wars” tecnologie che permetteranno allo spettatore di vivere il film in prima persona, come fosse appunto un videogioco .

La riflessione allora potrebbe essere: ma non sarà che così facendo, pur volendo elevare lo spettatore a protagonista, sovrapponendolo al protagonista, paradossalmente si oggettivizzerà sempre di più l’esperienza invece di soggettivizzarla? L’esperienza si allontana sempre di più dalla riflessione. L’esperienza smette di essere riflessione. L’esperienza attiva cede il posto a un esperienza passiva dove noi rivestiamo il ruolo di una batteria che va scaricata della sua energia. L’esperienza assomiglia sempre di più a un’avventura adrenalinica. Una giostra.

I nostri personali valori etici passano per le esperienze che viviamo a cui associamo delle emozioni e che andranno a formare i nostri ricordi sui quali poi ci baseremo per valutare esperienze future. Riguardo “Star Wars” la tecnologia si chiama MagicLeap ed è una tecnologia oculare (ora in lenti per occhiali ma chissà un giorno forse in lenti a contatto) che sfrutta la luce in entrata per ricreare sulla lente un’altra realtà. Innanzitutto dà all’utente un’interfaccia multitasking con cui si può gestire tutto ciò che ora è un i-phone. Tutto,quindi. Inoltre ho percepito sulla Demo (che vi consiglio di vedere) la sensazione di potenza derivata dal giocare con quegli occhiali. E’ l’esperienza di gioco che chiunque da trent’anni sogna di avere. Che dire. Se le colonne d’Ercole erano il limite della realtà, certo siamo andati molto avanti. Abbiamo creato Internet. Eppure è questa sovrapposizione che mi spaventa. Virtuale sul Reale. Virtuale=Reale. Virtuale>Reale. Riflettiamo.

 

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