È triste sapere che al mondo vi sia un luogo conosciuto con quest’etichetta. Sul lato nord-orientale del monte Fuji c’è la foresta di Aokigahara, il “mare di alberi”, dove sorgono rocce laviche e cresce una gran quantità di alberi e arbusti; una densa e verde oasi di silenzio. La foresta è lontana dalle rotte aeree, la ricezione del segnale per il GPS e i telefoni cellulari è inesistente qui e le bussole non funzionano correttamente, forse per la grande quantità di magnetite presente nelle rocce tutt’attorno. Ma il silenzio di cui si parla non è quella piacevole quiete della natura lontana dalla civiltà: è quello cupo della morte che squarcia centinaia di vite.

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Nonostante il grande sforzo nei tentativi di scoraggiare queste intenzioni, è oggi più che mai un’usanza diffusa quella di recarsi da ogni parte del mondo in questo luogo misterioso, per porre fine alla propria vita. L’ultima meta rimasta a chi non ha più obiettivi, speranze o sogni è questa foresta buia, dove è facile smarrirsi e cancellare ogni traccia di sé; è il terzo posto al mondo per il tasso di suicidi registrati (rinvengono più di trenta corpi all’anno).

Conoscere l’esistenza di questo luogo inverosimile è toccante, una nebbia sinistra ci penetra e ci fa rabbrividire al pensiero dei tormenti che sono entrati in quella foresta. La macabra tradizione si rifa alla pratica dell’ubasute, che consisteva nell’abbandono in questo luogo degli anziani che non potevano più essere sostenuti dalle loro famiglie. Leggende narrano che i loro spiriti siano così divenuti yurai, fantasmi dalla natura malevola che attirano le anime solitarie che contemplano il suicidio, convincendole così a porre fine alle loro sofferenze.

Inoltre, quest’usanza è rinata e si è diffusa ancor di più a partire dal 1960, anno in cui venne pubblicato il romanzo Nami no tō di Seichō Matsumoto, il cosiddetto George Simenon giapponese. È un romanzo che tratta di una coppia di amanti, legati da un nodo indissolubile, che si rifugiano proprio lì, sotto la fitta vegetazione del monte giapponese. Le chiome degli alberi rendono il luogo quasi impenetrabile dalla luce del sole, ed è in questo luogo oscuro che si dissolvono insieme per non essere più ritrovati, per fuggire alla vita che li teneva separati. Bisogna dire che secondo la cultura orientale il suicidio è uno dei modi più dignitosi di lasciare il mondo dei vivi, ed è per questo che, nel romanzo, l’atto del suicidio è circondato da un alone di romanticismo che eleva i due personaggi. La foresta del non ritorno è la vera protagonista, definita qui come il luogo perfetto dove morire.

Non si può impedire agli altri di far ciò che vogliono della loro vita, persino togliersela. Il suicidio è oggi uno dei problemi sociali più difficili da affrontare, in Giappone. Nonostante ciò, l’invito a non compiere l’ultimo gesto è onnipresente. Nella foresta sono sparse cabine telefoniche e cartelli che recitano, in giapponese e in inglese: “La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo”.

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Fonti:

http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_25/aokigahara-giappone-piedi-monte-fuji-foresta-suicidi-5f4c3fbc-dba4-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

http://petulanze.blogspot.it/2013/05/aokigahara-la-foresta-dei-suicidi.html

Credits: copertina, im1, im2