ATTENZIONE, CONTIENE SPOILERS!

Fui accusata, temporibus illis, di scrivere sempre e solo di argomenti tristi.
Tornando a casa, smangiucchiando caldarroste e schivando i soliti milanesi in corsa, riflettei instancabilmente su quel che mi era stato detto poco tempo prima.
Pensai ad una frase estremamente azzeccata al contesto:
“Far piangere è molto semplice, è far ridere ad essere davvero difficile!”.

È vero, scrivere di comicità è molto difficile: la risata può avere varie forme, sfumature, è una bestia mutevole e sfuggente.
E, tendenzialmente, se il pubblico ride, nel 99% dei casi sta ridendo di te.
Una grande rivelazione, tuttavia, giunse in mio soccorso quando ero già in procinto ad abbandonare pennino e qwerty e partire assieme agli artisti circensi: i più grandi scrittori di tutti i tempi, hanno parlato di tragedie.

Proust, Melville, Shakespeare, Petrarca, tutti costoro hanno fatto piangere generazioni di lettori senza il minimo ritegno.
Credo che lo scrittore sia una creatura essenzialmente triste, perché dotata dell’orrendo dono della sovrasensibilità, e da persone tristi, spesso e volentieri, nascono opere tristi.

Ho fatto un sondaggio tra amici, nemici, colleghi parenti e sconosciuti, ed sono riuscita a stillare, sempre rimanendo entro il labile margine della soggettività, una classifica dei 5 libri più tristi di sempre.

Quinto in classifica: Il libro dell’Inquietudine, di Fernando Pessoa.
Il libro si pone quinto in classifica solo per il fatto che, essendo un mattone pazzesco, in pochi sono stati capace di godere dell’estrema tristezza e del profondo senso di disagio ed inadeguatezza che l’autore ci dona, in quanto l’hanno gettato dalla finestra al terzo capitolo, per andare a vedere Checco Zalone.

Il testo, scritto da Pessoa sotto lo pseudonimo di Bernardo Soares, è una sorta di Confessiones agostiniane, una diario esistenziale che scavalca ogni “definizione di genere”, per porsi essenzialmente come vademecum di un anima grandiosa, racchiusa nel corpo di un impiegato.

L’impiegato è proprio il nostro Bernando Soares, che con grande autocritica e con una profonda capacità di analisi, indaga sin nei meandri più oscuri della sua essenza, il procedere dell’inconscio che determina il modo di rapportarsi del protagonista – come in ognuno di noi – con il mondo esterno e la sua incomprensibilità.
Usando un linguaggio sdrucciolevole, ansioso e tormentato, Pessoa/Soares si abbandona alla suggestione dei sensi, ad un horror vacui di filosofica memoria.

La vita è una creazione continua, no allo storicismo prettamente romantico, sì alla casualità.
E la casualità spaventa, tanto.

Dal testo:
“Non c’è niente nel mio passato che mi faccia ricordare una cosa con il desiderio inutile di avere di nuovo quella cosa. Non sono mai stato altro che un residuo e un simulacro di me stesso. Il mio passato è ciò che non sono riuscito ad essere.”

“Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi.

Quarto in classifica: Justine – le disavventure della virtù, del Marchese De Sade.

Grazie, divin Marchese, per aver scritto questo libro.
Soprattutto, ti ringrazio per aver mascherato i tuoi pensieri estremamente rivoluzionari sotto una coltre di frustate, perversioni, bustini stracciati e torture fuori dal normale.

Non che tutto questo non abbia fatto scandalo, anzi, ma ora costringi noi lettori a superare il fastidio verso orge tra preti e schiave per addentrarci nel tuo pensiero labirintico.
Ma andiamo oltre.

Il testo è incentrato sulla figura di Justine, vergine pia e di retta anima e pensiero, decisa, dopo la perdita del genitori, a dedicarsi ad una vita di onesto e duro lavoro, evitando le mille insidie del peccato e del guadagno facile che la vita le offre.
Ogni sforzo è vano: rapimenti, stupri, incriminazioni, torture, prigionie sono solo l’inizio di una vita all’insegna del dolore.
Il romanzo è un escalation brutale di violenze e perversioni, con personaggi sempre più contorti e scene sempre più macabre.
Ed è lei, la povera Justine, a subire tutto questo, restando sempre fedele al suo Dio, nonostante questi si ostini a non aiutarla.

Il colmo dei colmi? In procinto di essere giustiziata per crimini non commessi, la povera giovane viene salvata dalla sorella Juliette, la quale si era data alla prostituzione ed ad ogni forma di dissolutezza, e si ritrova in giovane età ricchissima, potente e totalmente libera.

La fine? Non la racconterò per rispetto di coloro i quali non hanno ancora concluso il libro o non l’hanno mai iniziato.
Una sola cosa vi anticipo: è tristissima.

Dal testo:

“La natura non ha alcun bisogno di un padrone che la diriga; da sola mantiene il suo perenne movimento e la sua attività. E se questo padrone esistesse veramente, cosa meriterebbe, oltre a disprezzo e a oltraggio, per aver creato un universo colmo di tante imperfezioni? “

“L’egoismo è la prima legge della natura.

Terzo in classifica: Le Metamorfosi, di Franz Kafka.

Gregor Samsa, uomo normalissimo, dal lavoro ordinario, dai pensieri tipici e desideri comprensibili si trova, da una notte all’altra, trasformato in insetto.

Un insetto con i ricordi ed i pensieri di umano: il romanzo è la descrizione terrorizzata e tremendamente sincera della presa di coscienza del protagonista, delle paure per il suo nuovo aspetto, la comprensione dell’irreversibilità del processo e delle reazioni dei familiari.

Con la sua prosa ritmata e aguzza, Kafka ci propone uno scorcio da Ovidio moderno, senza amori tra dei e happy endings, ma solo il tremendo terrore di una persona intrappolata in un incubo fin troppo reale.

E cosa fa un essere umano, quando trova uno scarafaggio?
Lo schiaccia.

Dal testo:

lo credo bene” disse la serva, e spinse per prova ancora un bel po’ avanti con la scopa il cadavere di Gregor.
La signora Samsa fece un movimento come se volesse trattenere la scopa, ma non lo fece.
“Adesso” disse il Signor Samsa, “adesso possiamo ringraziare il Signore” e si fece il segno della croce.

Secondo in classifica – Le Notti Bianche, di Fëdor Dostoevskij

Ed è solo uno dei testi russi tristi che potrei citare: sarà per il clima, per la conformazione del territorio, per la storia o per inclinazione naturale, ma credo che il popolo russo sia un popolo profondamente angosciato.

Il romanzo è il racconto di un povero sognatore, solo e completamente isolato dalla realtà il quale, durante una passeggiata notturna, incontra inaspettatamente l’amore.
Lei si chiama Nasten’ka, diciassette anni, bella e baldanzosa; una Lolita fatta e finita.

Nasten’ka rimane profondamente colpita, per non dire divertita, dal comportamento timido ed impacciato del nostro sognatore, e gli rivolge la parola.
Quattro notti bastano a svelare i segreti degli animi dei due protagonisti, i quali si raccontano, si mostrano, si lamentano della loro vita e del loro futuro.

Nasten’ka rivela il suo dolore per un amore perduto: uno dei coinquilini di sua nonna, uomo che aveva tanto amato e dal quale era stata ricambiata, era scomparso dopo un anno, avendole chiesto quel lasso di tempo per guadagnare abbastanza denaro per sposarla.

Per il sognatore e la Lolita russa sembra tutto perfetto, e quasi lei ricambia il sentimento da lui provato, ma ecco che la quarta notte, il coinquilino arriva, strappandogli Nasten’ka e lasciando il sognatore al suo dolore, con una sola triste parentesi di quattro notti nel quale egli ha, stupidamente, ritenuto di poter cambiare la propria vita.

Ecco, qui ho pianto.

Dal testo:

“Sono completamente senza una storia. Come si dice da noi, ho vissuto per me stesso, cioè completamente solo…”

Primo in classifica – Le fiabe per bambini.

Non ve lo sareste mai aspettato, dico bene?
S’è parlato di alti pensieri, grande amore, distruttivi dolori, ed al primo posto dei racconti per bambini?

Ebbene sì: per quanto il lieto fine possa essere fuorviante, invito il lettore a concentrarsi sull’aspetto primario di questa fiabe: la violenza.
Omicidi, rapimenti, inganni, stupri mancati. De Sade edulcorato, direi, in fiabe da raccontarsi la sera ai pargoli, prima di andare a dormire.

Mi viene da citare Cappuccetto Rosso, ove il taglialegna sviscera brutalmente il lupo, o Barbablù, dove la giovane e ultima sposa del gigante trova, chiusi in una stanza, i cadaveri delle mogli che tradirono la fiducia del sadico Mefistofele.

Per questo ho scelto le fiabe, perché fanno paura, e fanno paura ad un livello inconscio, sia da adulti che da piccini.
Colpiscono con l’innocenza delle efferatezze e la banalità del male allo stato grezzo, e sono specchio di realtà deformate, ma pur sempre di realtà.

In sunto: siamo stati tutti traumatizzati.

di Eleonora Casale

 

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