Questo è l’anno dei ritorni. Dopo “Lunga Attesa” dei Marlene Kuntz, il 2016 porta nei negozi di dischi  -o sugli store digitali, a voi la scelta- il ritorno di una delle band cardine dell’alternative rock anni ’90: “Folfiri o Folfox” degli Afterhours.

La band capitanata da Manuel Agnelli si trova a dare alle stampe, dopo quattro anni, un lavoro in controtendenza con il mercato odierno. È, infatti, un disco pesante.

Pesante nei contenuti: il titolo  -per i profani, magari, dai toni giocosi- fa riferimento a due trattamenti chemioterapici che ha dovuto sostenere il padre del leader degli Afterhours. Le canzoni trattano  -appunto- di morte; sia essa figurata come la morte delle illusioni del singolo Il mio Popolo si Fa, un ottimo brano ruvido che perfettamente incarna i vecchi Afterhours, quelli di “Hai paura del Buio?”  -per intenderci-, oppure la morte nel senso stretto del termine, quella che tradisce i patti fatti da bambino col proprio padre, nei quali si giurava di non morire mai, come nella traccia di apertura Grande. Qui Manuel Agnelli si lascia andare ad un cantato sofferto, urlato; un grido di disperazione di chi ha perso la persona più importante della sua vita. Il tutto viene enormemente amplificato dalla chitarra acustica che accompagna un arrangiamento di archi sul finale del pezzo, conferendo alla canzone un’atmosfera di maestosa tristezza.

Il disco è frutto dell’elaborazione di un lutto, ma non è assolutamente un lavoro che rimane confinato nella tristezza data dalla mancanza. Su questo bisogna dire che gli Afterhours sono riusciti a infondere anche la speranza, la voglia di ricominciare che a livello di canzoni si può trovare nella ballata Oggi, e che trova ispirazione  -come tutto il disco- anche dalla dipartita di due membri storici come Giorgio Prette (batteria) e Giorgio Ciccarelli (chitarra), rimpiazzati da Fabio Rondanini e Stefano Pilia, che si sono perfettamente calati all’interno di una formazione già collaudata da moltissimi anni, riuscendo a partecipare attivamente alla stesura dei pezzi.

Come ha affermato Manuel Agnelli, in questo disco c’è spazio effettivamente per tutti. Ognuno riesce ad affermarsi e a prendersi il proprio spazio all’interno dei pezzi, che risultano per la maggior parte solidi  -tranne qualche scelta melodica poco azzeccata, come in L’Odore della Giacca di mio Padre; potenzialmente un’ottima traccia ma che perde intensità con le dissonanze nella parte centrale. Mentre pezzi come San Miguel  e Folfiri o Folfox (inquietantissima!) potevano essere scartati per non rovinare una tracklist fin troppo lunga e pregna di canzoni eterogenee tra loro.

I pezzi infatti, come accennato in precedenza, si rifanno alla tradizione degli Afterhours di inizio a carriera: sporchi, ruvidi, abrasivi che mischiano il cantato ora seducente, ora sofferto di Agnelli che si sposa perfettamente con le chitarre dissonanti di Xabier Iriondo e i violini di Rodrigo D’Erasmo, come in Fa Male solo la Prima Volta, che si lega perfettamente alla successiva e sofferta Noi Non Faremo Niente.

L’eterogeneità del disco si nota anche dalle canzoni-intermezzo come Orphyx, un pezzo evitabile  -per i motivi vedere sopra-, che fa da preludio alla pukeggiante Fra in Non Viventi vivremo Noi.

Il finale viene affidato a Se Io Fossi il Giudice. Un’ottima ballata, molto melodica, perfettamente studiata per essere un potenziale singolo d’impatto; tuttavia senza perdere una carica emotiva e testuale non indifferente e perfettamente in linea con le premesse dell’album.

In definitiva Manuel Agnelli ci consegna un lavoro che ai non esperti del mondo Afterhours potrebbe sembrare confuso, disordinato, poco coerente ma che, in realtà, dimostra quante sfaccettature possa avere l’elaborazione di una mancanza così grave, come quella del nevrotico leader della band milanese. “Folfiri o Folfox” è un lavoro complesso, impegnativo e che neccessita molto più di un semplice ascolto per essere compreso a pieno, a causa delle tematiche presentate all’interno dello stesso.

Chiudiamo dicendo che un album del genere dagli Afterhours , francamente, non ce lo saremmo aspettato assolutamente, visto l’andazzo degli ultimi anni. Manuel Agnelli ha saputo sfruttare un terribile lutto come fonte di ispirazione per comporre un album (quasi) perfetto.

La musica può anche questo.

Pezzi Consigliati: Grande, Il Mio Popolo Si Fa, Se Io Fossi Il Giudice


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