Virzì ci riesce ancora; con “La Pazza Gioia”, il livornese trova la chiave di lettura per portare al cinema una tematica molto difficile da affrontare: quella dei problemi psichici.

Diciamolo, a partire da Ovosodo (1997), Virzì non si è mai tirato indietro su argomenti spesso considerati tabù o scomodi. Il punto forse maggiore l’ha raggiunto con il Capitale Umano (2014), che diede vita ad un dibattito con una parte di politica, che sentiva attaccata e messa in discussione la moralità e le virtù della loro Brianza (luogo d’ambientazione).

Parliamoci chiaro, quello di cui stiamo parlando è un film con la F maiuscola; il pugno che ti tira Virzì è forte e ti colpisce in piena pancia. Alla fine della pellicola, nono sono state poche le persone che si sono dovute riprende dopo il pianto che la pellicola ha prodotto.

Partiamo dall’inizio: nella Toscana cara a Virzì, in provincia di Pistoia, a Villa Biondi c’è una comunità terapeutica dove ci sono una ventina di donne affette da disturbi mentali e pericolose per la società. Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) è ospite anche lei ma, a dispetto delle altre, è convinta di trovarsi in quel posto per un accanimento del giudice di turno, che non vuole rispettare le sue origini nobili e la tiene rinchiusa. Poco tempo dopo, a Villa Biondi, arriva Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti); il motivo della sua reclusione è oscuro a tutte. Le due diventano subito amiche e condividono la stanza da letto; passa del tempo e il direttore della struttura ritiene che, insieme, possano andare a lavorare presso un vivaio della zona, come programma educativo.

Dopo aver ricevuto la paga settimanale, le due decidono di fuggire, di darsi alla pazza gioia. Dopo svariate peripezie, la loro amicizia diventa sempre più stretta e il legame costruito sembra essere indistruttibile, unito anche da quello che ognuna nasconde all’altra, per paura di essere considerata pazza. Da qui nasce la loro amicizia, folle, al di fuori di ogni schema e libera.

Mentre girano per la Toscana, senza una vera meta, si ritrovano al Seven Apples, locale dove lavorava Donatella. Qui, in seguito ad una colluttazione tra le due, viene chiamata la Polizia e l’Ambulanza e Donatella è costretta ad un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio); qui il padre, di cui non si avevano alcune notizie, si fa vivo e, con Floriano Morelli (Marco Messeri), assistiamo ad una delle scene più strappalacrime di tutta la pellicola, con “Senza Fine” di Gino Paoli a fare da colonna sonora.

Successivamente Donatella sarà trasportata in un OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario); nel mentre Beatrice riesce a darsi alla fuga e a raggiungere l’ex marito, un ricco avvocato e suo legale. A quel punto Beatrice, sfruttando le influenti amicizie dell’ex marito, rintraccia la famiglia a cui è stato affidato Elia, unico motivo per cui Donatella continua a tirare avanti.

E voi vi chiederete, e adesso questo chi è? Elia è il figlio di Donatella, che le è stato tolto dopo che lei aveva tentato un suicidio-omicidio.

Beatrice riesce a farla scappare dall’OPG e insieme raggiungono l’abitazione della nuova famiglia di Elia. Beatrice si presenta ai genitori come la legale della Morelli e prova, con un primo approccio, a instaurare un legame per poter permettere a Donatella di rivedere il bimbo.

Ritroviamo le due sul lungomare di Viareggio, a raccontarsi le rispettive vite e i rispettivi problemi. In tutto questo via vai, il personale di Villa Biondi è alla loro disperata ricerca.

Il finale non voglio svelarvelo perché questo film merita tutto il rispetto che gli si può dare.

Entrambe le attrici hanno già lavorato con il regista e tutti e tre, insieme, danno vita ad uno spettacolo mozzafiato. La ripresa mette in risalto le abilità e le capacità della Bruni Tedeschi, già visibili nel Capitale Umano, e della Ramazzotti.

Come ho già detto, la pellicola ti tira un pungo in pancia; questo è dato dalla cruda realtà della vicenda, dalla forza recitativa delle due bravissime protagoniste e dalla ruvida schiettezza del regista. È un film forte, violento emotivamente, diretto e senza mezze misure.

Quello che ti lascia va assorbito con calma, ha bisogno del suo tempo e di chiacchiere con chi l’ha visto.

Guardatelo, vi farà pensare.

Per la pienezza, credo che possa andare a braccetto con “Padri e Figlie” di Muccino, uscito nel 2015.