Scrisse Fabrizio de Andrè che “non esistono arti minori o maggiori, ma solo artisti minori ed artisti maggiori” e condivido pienamente questa sua riflessione.

Tuttavia, la società che ci circonda ha fatto sì che si plasmi una nostra forma mentis estremamente rigida, anaelastica nella sua severità e per tale ragione siamo sin da bambini succubi nel subire da altri cosa sia arte e cosa no, cosa degno di essere letto e cosa meno, chi fu effettivamente artista eccelso e chi un misero ciarlatano.

Ho sempre sofferto nel profondo queste imposizioni, sebbene in ampia parte io stesso riconosca come una guida nel mondo della cultura sia più che mai necessaria; lo pensavano Seneca e Cicerone prima di me, del resto.

Ad esempio, non ho mai capito perché si dedichi così tanto tempo nei programmi di storia ai monaci medievali e così poco alla politica italiana dalla nascita della repubblica; o ancora perché nel triennio delle scuole medie si diano letture dell’Eneide ma si tralasci in blocco tutta la restante produzione letteraria latina, specialmente a favore di quelle insulse letture contenute nelle antologie che parlano di ragazzini innamorati, di rapporto genitori e figli e moralismi affini.

Purtroppo si ragiona per reparti stagni e tutto ciò che non rientra nell’antonomasia scolastica viene eliso.

Sì alle poesia, sì ai poemi, parziale apertura al romanzo, predisposizione minima agli articoli di giornale.

Ho avuto la fortuna nel mio percorso liceale di aver trovato come professore di italiano un uomo assai più aperto rispetto alle convenzioni, convinto nel farci leggere in quarta ginnasio la ricetta del risotto alla milanese scritta da Carlo Emilio Gadda tra un libro dell’Iliade e l’altro: posso assicurare che lo stile usato nell’esaltare un chicco di Vialone non è così discordante dal canto di un Diomede nel suo splendore e ancora oggi eleggo quel pezzo culinario come una delle più belle letture del mio liceo.

Vittima di questa censura aprioristica è stato anche colui che reputo uno dei più grandi autori italiani del Novecento: Gianni Brera.

Il motivo è semplice: Brera prima di tutto era un giornalista, non un poeta e un romanziere solo in minima parte. In secondo luogo, era un giornalista sportivo.

Concordo che ad una classe poco possa essere utile ai fini dell’apprendimento leggere una cronaca di Inter-Atalanta, ma un fatto cruciale si tralascia: Brera sapeva scrivere divinamente e la sua lettura non può che giovare nella produzione scritta dei ragazzi.

La sua penna è una sublime commistione di toni e stili, di terminologia aulica e popolare, di tagli filosofici e saggezza schietta contadina.

Le sue parole avevano il dono di dipingere, di mostrarci in brevi attimi il soggetto trattato nella sua interezza. Abbiamo “la zampetta alacre come quella di un cocker” per parlare dello stile del bolognese Pasinati, oppure nel descrivere il grande Pelè:

Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelè compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito “dolce chiara è la nottesenzavento” non ho bisogno di proseguire. Pelè vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’ erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelè. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.”

Nel leggere Brera ho personalmente scoperto un piacere non dissimile a certi passaggi di Manzoni, Pavese o Hemingway, rendendo egli palese come la lingua italiana sia splendida in una sua sapiente resa.

Vi propongo un passaggio di un pezzo scritto in occasione di un infortunio subito dal più grande attaccante che l’Italia calcistica abbia prodotto, Gigi Riva:

La notizia del grave incidente occorso a Luigi Riva mi è discesa nell’anima a tradimento, come un’amara colata di assenzio. Istintivamente ho riudito i lamenti di Lorca (“que no me dejas veerlo”) per il suo amico Ignacio riverso nell’arena. Egli stesso, con voce roca ma ferma, si è raccomandato che non ne facessimo un dramma. Era però Luis Riva l’atleta grande e famoso che aveva pudore di mostrarsi per una volta, debole come gli altri, lui che della vita ha il concetto tragico di chi ha dovuto forzare il destino.

Proprio io, tra i primi, l’avevo visto sbozzarsi a fatica da un ossuto traccagno del mio paese lombardo. Fasci di muscoli guizzavano imperiosi fuor dell’impianto rozzo e quasi greve. Non molti lo capirono e dovette emigrare. Lo fece bellissimo l’esercizio, peraltro scavandolo a vantaggio di prominenze decisamente michelangiolesche se non addirittura barocche. Nonché esaltarsi di questa nuova realtà della sua vita, egli era fatto cauto dal ricordo di troppe miserie vissute e sofferte a Leggiuno.”

Potremmo fermarci all’edonismo e godere di queste parole che si incastrano meravigliosamente tra loro come le mani della Vergine pietosa sul corpo di Cristo.

Oppure proseguire nella lettura e, ne sono certo, i più attenti di voi mi segnaleranno come trattasi di pura epica, con GiggiRiva (sia letto il nome con cadenza sarda!) cantato come il più grande degli eroi troiani che, finalmente, deve cadere:

Tentò di rinascere un’ennesima volta e il miracolo pareva già riuscito ancora. L’ha poi stroncato il destino. “No me dejas veerlo”, implorava Garcia per Ignacio riverso nel suo sangue. Io vorrei solo che degli eroi autentici non si guastasse mai il ricordo. L’uomo Riva è un serio esempio per tutti. Il giocatore chiamato Rombo di Tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta.

Posso non fermarmi al calcio ed insinuarmi nei suoi scritti inerenti la tavola, il vino, la sua terra. Brera è la sublimità della penna, il fluire delle parole perfetto e maestoso come le acque ed i gorghi del suo Po.

Scrive riferendosi alle sue colline del pavese:

“Guardo ogni volta commosso le colline pavesi, che sono il mio dolce orizzonte di pampini. La terra padana si ondula come un immenso mare sfrangiato in profili per me familiari fin dall’infanzia. Le onde sono di intenso verde e via via si fanno violette azzurre celesti fino a confondersi appunto, con il cielo. (…). Le colline emergono roride fuori dai bassi vapori di aprile. Lunghe trecce di filari ne compongono le strane e pur simmetriche pettinature. La vite è di un tenero verde a primavera: il grano di un verde metallico, quasi azzurrino. Poi si disegnano i riquadri ocracei ed è la mietitura. I temporali dilavano l’aria. Le colline si laccano talora di colori brillanti. Qualche costone è fatto calvo dal sole. Come le argille nude mettono sete, viene la vendemmia e i pampini arrossano ai primi brividi d’autunno. Macchie di querce e castagni oppongono terre bruciate, verdi marci, sontuose ocre gialle. E quando il gran soffio del fiume dirada la nebbia, appaiono i dossi bianchi delle colline sorprese dalla neve: ma spesso vi brilla il sole. Le acque dei nostri fiumi sono sinistramente gelide e mettono voglia di stufa. Le colline invece dilatano il respiro, sono imminenti e lontane, familiari e pur favolose. E il vino è la loro sintesi arcana.”

Si inserisca Gianni Brera nelle antologie scolastiche, ve ne prego!

Recupereremmo tutti una certa abilità nello scrivere, accorgendoci come la parola, perfettamente combinata, sia il più dolce tra i nostri suoni.

Oppure, se con lo scrivere nulla vorremmo a che fare, imbattendoci nelle sue pagine potremmo meramente godere, così com’erano godibili le storie della nonna nei pomeriggi di pioggia, sterili per il gioco, sommamente fertili per la nostra fantasia.

 

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