Oggi, in Europa le donne hanno uno stipendio inferiore del 16% rispetto agli uomini, quindi circa 59 giorni lavorativi in più per poter ricevere lo stesso salario.

Furono ingiustizie come questa a spingere ondate di donne a lottare per i propri diritti e soprattutto per il diritto di voto. Così le suffragette, termine coniato per identificare coloro che chiedevano il suffragio universale al parlamento inglese, nel 1912 scossero l’equilibrio dell’Inghilterra borghese, soprattutto di Londra. Scioperi, manifestazioni, contestazioni, bombe… erano eventi all’ordine del giorno. La polizia non riusciva ad arginare il fenomeno e la stampa le ignorava, per non dar voce a queste donne, ma era impossibile ignorare il fervore della massa.

Il film “Suffragette” che ci propone la regista Sarah Gavron è una sorta di narrazione che ripercorre questo fervore mettendo in luce il punto di vista di alcune manifestanti, elementi portanti nella lotta per l’uguaglianza dei diritti. Grazie al formidabile cast e all’attualità dei temi trattati, la pellicola è riuscita a far parlare di sé. Il passato da documentarista della regista non è il primo tratto che contraddistingue l’opera, ma anche i personaggi, interpretati da attrici del calibro di Helena Bonham e Meryl Streep, che pur non ricoprendo il ruolo di protagonista riesce ad incarnare l’ardore di Emmeline Pankhurst, suffragetta di origine borghese segnata profondamente da un’affermazione del padre che mentre le rimboccava le coperte si lasciò sfuggire un: “Se solo fossi un maschio”.

Queste parole la segnarono a vita e la spinsero a lottare fino alla morte per i propri diritti e per la propria dignità. Come lei anche il personaggio di Emily Davison, interpretato da Natalie Press, rende omaggio alla suffragetta morta martire in nome della causa, per far in modo che la stampa gli dedicasse l’attenzione che meritavano. Anche nella morte portò con sé il motto che la contraddistinse “Atti non parole”.

Questi personaggi secondari sono dei cammei ben cesellati ed incastrati all’interno della storia che permettono alla pellicola di avere una sorta di validità storica e concedono alla regista di inserire la figura della protagonista, Mud Watts, interpretata da Carey Mulligan, che rispetto a quei due altri forti personaggi sanguigni sembra non centrare niente.

Lei è una ragazza dimessa, apparentemente contenta della sua vita: un lavoro come lavandaia tramandatole dalla madre morta quando lei era piccolissima a causa di un’incidente sul lavoro, un figlio che la ama ed un marito che sembrerebbe rispettarla ed in grado di prendersi cura di loro due. Eppure grazie ad una collega ed alle altre suffragette, prenderà sempre più coscienza della propria condizione di vita, delle palesi ingiustizie a cui è costretta quotidianamente, ed alla fine deciderà di scegliersi il proprio futuro, ponendosi la domanda: “E se mio figlio fosse nato femmina?”.

Una società che non la rispetta, nata e cresciuta in una lavanderia con un datore di lavoro che fa il bello ed il cattivo tempo a suo piacimento abusando di lei e delle sue colleghe, un marito che si rivelerà, come buona parte degli uomini che la circondano, convinti che le donne abbiano un solo ed unico posto, quello dimesso accanto al proprio marito perché è esso stesso a dar loro valore, loro in fin dei conti non sono niente, nient’altro che donne.

Il film di Sarah Gavron non è infarcito di nozionismo o politica, ma riesce benissimo a catapultarci in quell’atmosfera pesante, dove l’aria è elettrica, carica dell’adrenalina della rivoluzione in rosa. Non ci sono patetismi, pianti isterici o sconti, le donne lottano rischiando anche la loro stessa vita. L’unico rimprovero da poter muovere verso Sarah Gavron è il non aver fatto una scelta chiara riguardo l’indirizzo della storia. La pellicola avrebbe potuto essere più graffiante, prendendo ad esempio il suo soggetto ed osare di più, oppure approfondire la vita ed i tratti psicologici di Mud, in quanto sembra semplicemente toccare il suo vissuto senza realmente dirci qualcosa di lei; infatti le informazioni che abbiamo sul suo conto sono frammentate e recuperate da dialoghi veloci. In ogni caso Sarah Gavron ha il merito di aver trattato un tema ormai dimenticato, se non sconosciuto o peggio ignorato, cioè quello della storia dei diritti delle donne, mai stati egualitari ed ottenuti con grandi sacrifici. Questa è la trasposizione cinematografica di quello che è stato un percorso che ha portato a quello che oggi sarebbe o dovrebbe essere il futuro, ma che molto probabilmente lascerebbe ancora insoddisfatte le nostre suffragette.


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