Come massima di questa mia suppergiù ventennale vita ho assunto (anche) la seguente: quando un’idea è propugnata -ed ancor più difesa- con grande cattiveria e minima apertura al confronto, sarebbe bene che io diffidi da essa.

Una di queste idee, ma direi pure ideologie, contro le quali mi sono sempre scontrano con forza, rifiutandola, è quella per cui io che allevo galline ed altro pollame nutrendomene sarei un violento assassino, mentre alcuni mie amici che invece costringono un cane in un impermeabile per la pioggia od un canarino in una gabbietta di pochi decimetri quadri sarebbero grandi amanti degli animali.

Porto avanti questa mia rivendicazione ormai da molto tempo e mi sono quasi rassegnato al dover passare per infimo stronzo; sono fatto così: non apprezzo il dilungarmi in discorsi quando trovo davanti a me un muro facilmente smontabile con esempi pratici; preferisco ragionar di loro, guardare e passare.

Malgrado ciò, sono sempre più convinto della bontà della mia tesi ed ancora di più delle enormi lacune della sua antitesi.

Se il mio approcciarmi all’animale può apparire come sadico, violento, cinico e meramente utilitaritisco, non si può negare che l’atteggiamento opposto sia dettato dalla moda, dal consumismo, dal nostro egoismo e dal capriccio.

Davvero non mi riesce di capire dove io commetta violenza e gli altri no.

Ditemi: perché sarei violento io che allevo un pollo come da secoli si è fatto sfamandolo, cogliendone le uova, facendolo procreare e infine macellandolo per nutrirmene, sapendo dall’inizio che a ciò sarei arrivato, e non chi alleva un alano in un appartamento da ottanta metri quadri concedendogli un quarto d’ora di smog al giorno, magari sgridandolo se insegue un gatto o mangia dell’erba da un prato?

Non è forse violenza costringere un cane in pochi metri quadrati quando esso per sua natura deve potere correre, fiutare, azzuffarsi, esplorare e cacciare? Concedetemelo, suvvia! O se non siete del tutto convinti di ciò, ammettete almeno che lo sia quanto tenere una gallina nel suo serraglio.

Il problema è molto semplice: noi esseri umani siamo esageratamente egoisti e per accontentare i nostri stupidi sfizi non ci accorgiamo di violare la libertà e, soprattutto, la natura delle bestie.

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Son ben tronfie le signorine nel girare per il corso con il loro chihuahua nella borsetta; si disgustano se il loro gattino cattura e divora una lucertola; sono speranzose in milioni di like intorno al selfie con il loro coniglietto nano.

Nel mentre, pasteggiano da McDonald’s con quei McChicken ottenuti da polli allevati in batteria e gonfiati ad OGM, si divertono alle grigliate sgranocchiando costine di maiali che nemmeno hanno mai visto il sole o, prive di inventiva in cucina, scaldano bastoncini di pesce che sa solo Iddio dove, come e quando è stato pescato. L’esempio varrebbe identico identico al maschile, semplicemente l’idea della donna col cane ingiubottato nello zaino mi è più prossima.

Se davvero si amano gli animali, che si evitino queste costrizioni, ed ancor più non si accusi inutilmente chi ha una diversa concezione intorno ad essi, troppo spesso parlando senza conoscere.

Conosco fior di persone che hanno un rispetto molto alto per gli animali che allevano, sebbene poi arrivino a macellarli. Ne conoscono le necessità, i bisogni, l’indole, ma non si scordano del motivo per cui li allevano e, soprattutto, hanno ben saldo il concetto che l’uomo è pur sempre al vertice della catena alimentare e l’animale al di sotto.

Siamo anche noi intimamente dei leoni o degli squali; semplicemente è cambiato nei secoli il nostro metodo di caccia.

Abbiamo capito, in virtù del nostro raziocinio, che assai più comodo è allevare una mucca piuttosto che doverla cacciare nella prateria e che non vi è alcuna cattiveria in questo: trattasi di pura necessità e lotta per la sopravvivenza.

Ancora non abbiamo capito, in moltissimi casi, come certi animali debbano essere allevati, ma per favore, non sottovalutiamo un fatto: certi esseri ancora non hanno compreso che un maiale non può vivere in un recinto nel quale nemmeno può muoversi, ebbri di un certo egoismo; ma altri nemmeno che un cane non può girare in impermeabile o un furetto vivere in un appartamento, succubi di un altro tipo di egoismo ed arroganza.

Questa è dunque la mia tesi: vi è molta più cattiveria nel voler umanizzare una bestia rispetto al trattarla umanamente, sempre ben sapendo che sia tale.