di Mattia Corti

In Italia il dissesto idrogeologico è molto diffuso e rappresenta un problema di notevole rilevanza.

Quando parliamo di idrogeologia indichiamo quella scienza che studia le acque sotterranee e superficiali, studia i fenomeni e i danni reali che queste possono provocare all’ambiente. Le conseguenze tipiche sono le frane, alluvioni, erosioni costiere e valanghe.

Nel sistema di allertamento rischio idrogeologico e rischio idraulico corrispondono quindi a degli effetti sul territorio, causati dal superamento dei livelli pluviometrici lungo versanti e corsi d’acqua principali.

La conformazione geologica e geomorfologica del nostro territorio, determinata da una complessa e particolare distribuzione dei rilievi montuosi e dalle dimensioni dei bacini idrografici, sono due dei fattori naturali che influiscono e contribuiscono al rischio idrogeologico ed idraulico.

Esistono anche fattori a carattere artificiale, ovvero per mano dell’uomo, che contribuiscono all’accentuarsi dei fenomeni di rischio: l’aumento della popolazione, l’urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio e il continuo disboscamento aumentano l’esposizione del territorio ai fenomeni e di conseguenza al rischio.

Gli episodi di dissesto idrogeologico alcune volte hanno causato la perdita di vite umane ed ingenti danni ai beni: un esempio significativo è quello della frana della Val Pola del 28 luglio 1987 alle 7:23.

Si tratta di una riattivazione della frana favorita dall’assetto strutturale e dalle intense precipitazioni cadute durante il mese di luglio. La frana interessò circa 36 milioni di metri cubi di roccia staccatasi dalla quota di 2250 m s.l.m. sul versante orientale del Monte Zandila. L’accumulo, lungo 2100 m con spessori dai 30 ai 90 m, sbarrò il corso dell’Adda creando un invaso che raggiunge una estensione di 760.00 m2.

La frana portò alla completa distruzione dei centri abitati di S.Antonio Morignone, Morignone, Poz e Tirindrè; complessivamente perirono 27 persone.

Il numero delle vittime non fu elevato grazie all’intervento dei geologi nei giorni precedenti all’accaduto; essi notarono che sul versante del Monte Zandila, si erano formate delle fenditure, alcune lunghe 100 metri e larghe 20. La decisione fu imminente: vennero fatti evacuare tutti gli abitati nei pressi del monte al fine di evitare la catastrofe.

A seguito dell’accaduto in Valtellina, negli anni successivi regione Lombardia diede inizio ad una serie di piani di monitoraggio ed analisi dei possibili scenari di rischio al fine di tutelare la popolazione e l’ambiente stesso.

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