Mameli e Novaro
https://robertobrumat.files.wordpress.com Mameli e Novaro

L’inno di Mameli, scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro, sebbene abbia ricevuto numerose critiche, è tuttora l’inno italiano e nel 2012 il Parlamento ha sancito l’obbligo del suo insegnamento nelle scuole. Purtroppo l’inno ormai è suonato solo agli eventi sportivi e ricordiamo più o meno la prima strofa e il ritornello -vi invito a leggere anche le successive-, ma sappiamo davvero cosa dice?

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Scipio
http://static.deamoneta.com moneta raffigurante Scipione l’Africano

Scritto durante il Risorgimento in un’Italia divisa, invita già dalle prime parole all’unione, a sentirci come fratelli di un’unica madre. Per confermare il rapporto che già ci lega, ricorda le nostre origini comuni –l’antica Roma- e il suo eroe Scipione l’Africano, qui chiamato alla latina Scipio. Publio Cornelio Scipione sconfisse l’esercito di Annibale nella battaglia di Zama del 202 a.C., ponendo fine alla seconda guerra punica e liberando la penisola dall’invasore. Da quel giorno fu soprannominato “Africano” e ora passa il suo elmo da difensore all’Italia, che si alza e di esso “s’è cinta la testa”.
E come in passato la dea Vittoria fu favorevole a Roma, ora si consacra alla nascente Italia e addirittura le porge la chioma e accetta di diventarne schiava facendosi tagliare i capelli. Dio ha creato Vittoria come schiava di Roma, dove le donne non libere dovevano portare i capelli corti, e ora serve l’Italia.
Nel ritornello invita a stringerci in formazione militare per difendere l’Italia -la coorte, dal latino cohors, era un’unità dell’esercito formata da 600 uomini, pronti a morire se essa chiama.

Vittoria
https://upload.wikimedia.org moneta raffigurante la dea Vittoria

Forse è diverso da come lo vorremmo, troppo favorevole alla guerra o antiquato, ma questo inno può dirci ancora molto e farci ancora emozionare; può insegnarci la tolleranza e la collaborazione tra di noi perché, oggi come allora, ci ritroviamo divisi troppo spesso e veniamo derisi per questo. La seconda strofa, infatti, è un motto di speranza di una vera unione, un affetto che dovrebbe unirci come popolo, un affetto fraterno che oggi dovremmo estendere all’intera umanità.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Credits: copertina