Il nostro intervistato è un giovane poeta, laureato nel 2013 in Lettere e Filosofia all’università di Padova. Non essendo ancora riuscito a pubblicare alcunché, ha preferito restare nell’anonimato, onde evitare di attirare rancori su di sé. Tuttavia, ci ha gentilmente concesso quest’intervista sulle sorti della poesia contemporanea. Pur non trattandosi di una voce nota, ci è sembrato interessante ascoltare le idee di un giovane letterato. A chi riterrà il tentativo effimero o inopportuno, rispondiamo con una domanda: potremmo forse dirci giornale d’informazione, se non ascoltassimo anche la voce di anonimi?

Ma basta preamboli, riportiamo l’intervista.

 

Qual è, secondo lei, la situazione della poesia italiana contemporanea?

Dipende da che prospettiva la si guarda. Personalmente, io credo opportuno considerarla da due punti di vista, diversi ma dipendenti l’uno dall’altro: quello del pubblico, del mercato, e in generale della fruizione; e quello degli autori e della produzione letteraria.

Il mercato della poesia è sostanzialmente stagnante, se non addirittura fermo. Ad eccezione, forse, dei grandi autori, la poesia stenta a vendere. Oppure vive della domanda scolastica, che comunque è solitamente limitata ai grandi classici. Per quanto mi riguarda questa crisi ha due cause principali: da una parte il disinteresse dei lettori, dall’altra l’insistenza da parte dei poeti su uno stile poetico sempre più autoreferenziale, lontano dal sentire e dal gusto comune.

E perché questo disinteresse?

Difficile dirlo con certezza. Penso, però, che sia un effetto dell’evoluzione stilistica che la poesia ha subito nell’ultimo secolo, e in particolare a partire dagli anni Sessanta.

Poi anche la scuola non si può certo dire che contribuisca a sviluppare amore, passione o quantomeno curiosità per la lettura di versi. La poesia è sempre più vista come una materia distante, inaccessibile, oppure come un mero argomento scolastico –come qualcosa che, nel bene o nel male, s’ha da fare-; difficilmente si prende in mano una raccolta poetica per puro diletto, tanto più se si tratta di un autore recente e poco conosciuto.

Inoltre, mi sembra che sia tacitamente diffusa la convinzione secondo cui sarebbe sufficiente andare a capo prima del punto per fare un verso, o che al poeta sia permesso dire tutto in qualsiasi modo, indipendentemente dalla comprensibilità del testo. È chiaro che questi luoghi comuni sono il sintomo di un’incapacità di interpretare codici sedimentati col tempo nei gangli della tradizione.

Perché attribuisce parte della responsabilità alla scuola?

Perché la scuola è la prima ad allontanare il pubblico (gli studenti, e quindi il futuro pubblico) dalla lettura di poesie. Si, è vero, si studiano i grandi autori, ma le proposte di lettura (quelle estive, ad esempio) avanzate dai professori sono tutte di prosa (ad eccezione, forse, dell’Antologia di Spoon River). Lei ha mai sentito parlare di uno studente che avesse fra le letture estive un Pianissimo di Sbarbaro o un Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni? Eppure i Fogazzaro, i Palazzeschi e gli Sciascia si leggono eccome, pur non essendo più importanti, in prosa, di Sbarbaro e Caproni (e tanti altri) in poesia. Cioè, perché Elena Ferrante (ho sentito di una classe romana a cui era stata assegnata la lettura di un suo romanzo come compito per le vacanze estive) sì, ma Patrizia Valduga no?

Ma non pensa che queste scelte siano dettate anche dall’esigenza di fornire agli studenti dei buoni modelli di scrittura; insomma, di indirizzarli sulla strada giusta per scrivere meglio?

Ah, si, senz’altro. E i famosi temi dalla grammatica dissestata degli studenti di Architettura di Roma ne sarebbero la prova? Be’ magra consolazione, direi. E poi, nessuno vieta di sostituire qualche romanzo con dei canzonieri: una scrittura accettabile non richiede queste letture sterminate, per quanto ciò sia auspicabile. Cioè, a meno che ogni studente non ambisca a divenire un romanziere di grande spessore, l’alternanza prosa-poesia è più che legittima (e non è che i romanzieri di grande spessore non abbiano letto di poesia!).

Ok, forse ha ragione. Tornando agli autori, perché incriminare il loro stile?

No, un momento: io non ho incriminato nessuno. Ho semplicemente detto che è una delle concause del generale disamore per la poesia, poiché è sempre più autoreferenziale.

Può spiegarci il concetto con un esempio?

Dunque, proviamo a prendere una qualsiasi antologia di poeti italiani dal Cinque all’Ottocento: tendenzialmente, tranne rari casi, i loro componimenti sono facilmente comprensibili, oltreché orecchiabili. Certo, bisogna avere una pur vaga conoscenza del lessico poetico tradizionale, ma il contenuto è spesso chiaro, anche perché risponde per lo più a canoni tematici (amore, argomenti morali, argomenti da poesia didascalica, contenuti civili e affini).

Se invece tentiamo di avvicinarci alla poesia novecentesca, il discorso si fa quanto mai complesso: dal punto di vista stilistico si va dall’ermetismo alla destrutturazione del discorso ( ad es. in Zanzotto), ad un deciso avvicinamento alla prosa, o meglio al lessico della quotidianità; dal punto di vista tematico abbiamo gli argomenti più vari e disparati, seppur riconducibili per buona parte all’ambito sociale, al civile, all’argomento linguistico o alla poesia dai toni dimessi e dalla veste quotidiana. La poesia del novecento è “difficile”, spesso programmaticamente al limite dell’incomprensibilità, e poco orecchiabile. Questa seconda antologia sembra come dirci: “vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”.

E questo è un male?

Non credo che la riflessione debba articolarsi sulla dicotomia bene-male. Credo piuttosto che si debba rinnovare la riflessione estetica e poetica. Bisogna interrogarsi sulle sorti della poesia, sul senso della poesia nel ventunesimo secolo. L’ultima grande stagione poetica italiana, quella del secondo Novecento, si è posta, pur con significative eccezioni, su un piano di rottura con una tradizione percepita come asfittica, incapace di offrire gli strumenti necessari a parlare della realtà del miracolo economico. All’epoca i poeti sentivano la necessità di svecchiare la poesia, di trovare nuovi strumenti, di sperimentare nuove forme d’espressione. Era una stagione fiorente, anzi, direi incandescente, piena di un magma (per richiamare il titolo di un’importante opera di Mario Luzi) creativo, pronto a spaccare il tappo di lava solidificata in secoli di poesia e di imitazione. Ed i lapilli della tradizione in frantumi non venivano affatto trascurati, ma se ne faceva un uso sapientissimo.

Sembra estremamente interessante. Finalmente, dopo cascate di lirica amorosa, la poesia italiana ha subito un deciso rinnovamento. Ma perché, allora, lei ritiene gli autori responsabili del disamore per la poesia?

Mi sembra che questo cambiamento così perentorio abbia tenuto poco da conto il pubblico. Lei se lo immagina un impiegato, che, dopo una giornata di lavoro, cerca di decifrare il senso dei componimenti di Zanzotto, prima di addormentarsi? Cioè, si tratta di poesia d’indagine, se vogliamo, ma di dilettevole ha ben poco. E questo allontana il lettore dal linguaggio della poesia, e quindi dalla poesia stessa.

E tutto ciò cosa comporta?

Una chiusura massima della poesia in se stessa, o una tremenda banalizzazione: se nessuno capisce il significato di certi espedienti stilistici, o se non esiste più un codice stilistico definito a cui far riferimento, come posso pretendere di far guadagnare in complessità la poesia? Se questa vive del rapporto fra detto e non detto, fra esplicito (ad es. il significato delle parole) e implicito (e.g. la particolare disposizione delle parole, che in poesia ha sempre qualcosa da significare), ma nessuno è in grado di capire l’implicito, quali alternative ha un poeta per farsi intendere, se non quella di rendere tutto esplicito (sacrificando, però, l’essenza stessa della poesia), oppure quella di scrivere solo per essere compreso da se stesso? A quel punto al poeta si porrebbe un problema di sostentamento, che difficilmente gli consentirebbe di mantenersi libero e indipendente (da mecenati, per fare un esempio).

Con questo non voglio dire che i poeti dovrebbero essere ossessionati dalle tendenze del mercato, manovrato dal gusto del pubblico, ma solo che sarebbe, credo, opportuno riconsiderare seriamente il rapporto con quest’ultimo.

Questo discorso merita un saggio teorico, più che un’intervista. Purtroppo la natura di questa pubblicazione ci costringe a interrompere qui la nostra discussione, in attesa di spazi d’intervento più ampi e articolati.

 

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