Stonewall è un libro dell’attivista e storico Martin Duberman pubblicato nel 1994 ma anche una pellicola di Nigel Finch del 1995 e una di Roland Emmerich del 2015.

Queste tre opere hanno, o si presume abbiano, in comune un argomento: i fatti accaduti nel 1969 a New York, noti come i moti di Stonewall. Il nome deriva dallo storico bar Stonwall Inn nel Greenwick Village, famoso per la sua clientela fuorilegge: drag queen, transessuali, gay, lesbiche; tutti gli attentatori al buoncostume, secondo i criteri delle autorità dell’epoca.

Erano gli anni della guerra in Vietnam, dei movimenti per i diritti civili dei neri e delle altre minoranze che componevano la popolazione di New York. Certamente era un quadro sociopolitico peculiare, le infiltrazioni mafiose arrivavano ovunque –come ora del resto– e le strade brulicavano di ingiustizie da parte di poliziotti corrotti. Le retate e le incursioni degli agenti di polizia nei bar erano all’ordine del giorno, come gli arresti per atti osceni, e per atteggiamenti osceni intendevano manifestazioni d’affetto tra persone dello stesso sesso, quali baci ed il semplice tenersi per mano.

La corrente rivoluzionaria portata dal ’68 e questi continui soprusi sfociarono in quella che fu una vera e propria guerriglia urbana tra forze dell’ordine ed omosessuali ma non solo, che al grido di “We are everywhere!” si presero i diritti che gli spettavano per loro e per le generazioni future.

A grandi linee è questo quello che accadde nei moti di Stonewall, dettagli in più, in bilico tra lo storico e la leggenda, miti e quant’altro, tutti assenti nella pellicola di Roland Emmerich. Sicuramente quello degli omosessuali è un tema succulento di questi tempi, tra i vari diritti concessi e le notizie di cronaca pare che il nuovo millennio abbia scoperto l’altra faccia dell’amore, cioè quello omosessuale negato e rinnegato per anni. Questa trasposizione cinematografica moderna però dimostra solamente che la storia, questa storia, è ancora troppo scomoda per Hollywood, dato che i protagonisti originali hanno subito un whitewashing.

Il regista, dopo aver ricevuto molte critiche per non essersi attenuto alla storia originale ed esser stato boicottato da vari movimenti LGBT, ha dichiarato che non era sua intenzione fare un documentario, ma allora la scelta del tema e del titolo sarebbero dovuti essere diversi perchè è palese il richiamo ai fatti sopra citati. Quello che ha fatto indignare molti e che ha lasciato perplessi altri è stato un cambio protagonista che pare più dettato dal buon costume che dal mercato. Di questi tempi si sa che il pubblico è abituato un po’ a tutto sugli schermi e non si lascia impressionare facilmente ma il cinema hollywoodiano ha preferito per questa storia, al posto degli originali protagonisti appartenenti a minoranze etniche, un bel ragazzo bianco, ingenuo, che si ritrova nel Greenwich Village a scoprirsi e provare i suoi primi amori omosessuali.

Danny Winters è un personaggio totalmente inventato di cui il pubblico forse non aveva affatto bisogno per trovare la voglia di andare al cinema, perché per una volta e soprattutto ora che l’omosessulità è così mainstream avrebbe preferito vedere una storia vera con i veri protagonisti in primo piano, nel loro ruolo e non in sottofondo e come personaggi folkloristici. Per una volta avrebbero potuto calare i panni da classiche macchiette ed interpretare quelli di una drag queen o di un transgender che han cambiato il futuro dell’intera comunità LGBT. Nonostante comunque queste critiche riguardanti la veridicità storica, il film rimane un popcorn-movie stereotipato dalla sceneggiatura prevedibile e nonostante la calzante interpretazione di Jeremy Irvine (Daniel Winters) e Jonny Beauchamp (Ramona) la narrazione rimane piatta ed anche nei momenti più coinvolgenti, come il pieno delle manifestazioni, lo spettatore tende ad annoiarsi perché non c’è niente sopra le righe da poterlo scuotere, è tutto molto prevedibile.

Sicuramente quello di Roland Emmerich è stato un errore in buona fede e, se non fosse per questo film, in molti non saprebbero dei moti di Stonwall, quindi al regista va certamente una nota di merito per la tematica trattata: omosessualità dal punto di vista storico sociale ma in questo caso il detto “nel bene e nel male, purché se ne parli” non vale.

La comunità LGBT ha ancora bisogno di diritti, come le altri minoranze sociali discriminate per i più svariati motivi, quindi non ci devono essere compromessi per l’integrazione. La storia in questo caso ha qualcosa di positivo da raccontarci, perché modificarla per degli incassi, oltretutto mancati? Anche se pare assurdo chiederlo ad Hollywood, con certe tematiche ed eventi storici la genuinità è un elemento fondamentale per la formazione di una coscienza collettiva consapevole e per il rispetto nei confronti di soggetti ancora discriminati che hanno lottato e ancora lottano per una totale integrazione.