Herbert Clutter era un benestante agricoltore di Holcomb, Kansas. Insieme a sua moglie, Bonnie Clutter, e ai due figli piccoli, Nancy e Kenyon, erano una delle famiglie più rispettabili e rispettate della comunità. In Herbert, stando ai resoconti di chi l’ha conosciuto personalmente, erano concentrate tutte le qualità del self-made man americano: integerrimo metodista, uomo legato alla terra e arricchitosi grazie al duro lavoro; i suoi agricoltori parlano di lui come un uomo severo ma giusto, e in paese si tessevano costantemente le lodi della figlia, giovane promessa dell’equitazione. Certo, non è tutto oro quello che luccica, e girava voce che Bonnie soffrisse di depressione fin dalla nascita dei figli. Questo, però, non intaccava l’alone da “famiglia Mulino Bianco” che si era creato attorno ai Clutter. Ed è anche per questo che i fatti dell’inverno del 1959 hanno lasciato un segno indelebile e inquietante nella storia non solo di Holcomb, ma degli Stati Uniti tutti.

 

Nelle prime ore di un mattino di novembre – il 15 novembre 1959, a essere precisi – due ex galeotti irrompono nella casa di campagna dei Clutter, sterminando l’intera famiglia. Gli assassini, catturati dopo sei settimane di latitanza per un furto d’auto, rispondono al nome di Richard Eugene Hickock e Perry Edward Smith, due ex carcerati di 28 e 31 anni. La loro condanna a morte verrà eseguita sei anni dopo, per impiccagione.

Ma torniamo a quel fatale 15 novembre. La mattina successiva la notizia era su tutti i giornali degli Stati Uniti. Un trafiletto insignificante, che sarebbe stato facilmente dimenticato se solo gli occhi di Truman Capote, scrittore già famoso per Colazione da Tiffany, non si fossero posati su di esso. Da lì l’illuminazione: fare i bagagli, lasciare il comfort di New York e partire il prima possibile per Holcomb, Kansas, per seguire il caso da vicino. Capote era uno dei più fini osservatori e interpreti del proprio tempo, e probabilmente era consapevole della portata che il suo progetto, pubblicato poi dopo sei anni di intenso lavoro con il titolo In Cold Blood (A sangue freddo), avrebbe avuto, diventando di fatto il primo “romanzo-verità” della storia della letteratura.

I motivi per annoverare A Sangue Freddo tra i capolavori della letteratura mondiale sono molteplici. Lo stile di Capote, innanzitutto, asciutto e aderente ai fatti, o il suo metodo, che detta le norme per quello che dovrebbe essere il reportage odierno. Ma A Sangue Freddo, nonostante la veridicità dei fatti narrati, rimane pur sempre un romanzo, e in quanto tale non rinuncia a tutti gli artifici che distinguono un pezzo di cronaca da un brano di narrativa: la focalizzazione è lo strumento con cui Capote dilata, accorcia e inverte l’ordine delle vicende, alternando il punto di vista dei Clutter (seguiti, cosa insolita per un resoconto di cronaca, da prima dell’omicidio) a quello dei due assassini, e poi ancora quello dei paesani o del detective incaricato di risolvere il caso. La pluralità di voci implicate fa del romanzo un profondo, sfaccettato, caleidoscopico mosaico della società americana, analizzata nel momento in cui il suo innato ottimismo anni ’50 – le porte di casa non venivano neanche chiuse a chiave, tanta era la fiducia nel proprio vicino di casa – cede il posto a una paura irrazionale e dilagante.

 

Il lato criticamente voyeuristico di Capote, motivo per cui è stato ostracizzato dall’alta società benpensante, non riguarda tanto l’aver indagato a fondo nel privato della famiglia Clutter, quanto la provocatoria decisione di fare dei due assassini il focus attorno a cui ruota il romanzo. In particolare è Perry, il più taciturno dei due, a catalizzare l’attenzione di Capote, che lo visiterà in prigione fino al giorno dell’esecuzione per cercare di penetrarne la scorza con un misto di sincero affetto e morbosa curiosità. Il criminale dallo sguardo languido e il corpo da bambino, il poeta/cantautore amante del bello e tormentato da un’infanzia drammatica diventa un mistero anche per il lettore, il quale, dopo essere rabbrividito per una strage descritta fin nei più macabri dettagli, si trova ad empatizzare, volente o nolente, con colui che della strage è l’esecutore.

Finissimo conoscitore della mente umana, Capote firma con A Sangue Freddo il suo capolavoro, e al tempo stesso la sua condanna: non è facile apprezzare uno scrittore che mette a nudo l’ambiguità dell’essere umano, facendoci sentire tutti colpevoli e con le mani sporche di sangue.

 

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