Di Simone Apicella

Le confessioni non è un nome usuale per un film che parla di economia planetaria. Anzi, la parola economia richiama piuttosto la sfera del potere e del controllo, e non la riservatezza di un confessionale. «Volevo indagare un luogo dove è concentrato il potere vero. E dove un uomo di fede diventa un vero alieno» ha dichiarato il regista Roberto Andò. Un’indagine sul potere vero, di questi tempi in cui l’economia è diventata l’altra faccia della politica.

Andò con Le Confessioni – uscito nelle sale ad aprile – porta sul grande schermo un giallo dai molteplici risvolti: politici, economici, psicologici, religiosi. Il monaco certosino Roberto Salus (Toni Servillo) viene invitato in un albergo di lusso dal presidente del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché (Daniel Auteuil). L’occasione di questo invito è un incontro del G8, a cui saranno presenti i ministri dell’economia degli otto paesi più potenti del mondo. Ordine del giorno: l’approvazione di un segretissimo provvedimento economico, che potrebbe avere tragiche ripercussioni sulle economie più deboli del pianeta. Il motivo della presenza del monaco non è del tutto chiaro; ma, prima dell’inizio delle riunioni, avviene la tragedia: dopo un colloquio con Salus, Rochè si suicida; il banchiere aveva chiesto al monaco la confessione.

Scienza e coscienza

Questo film mette in mostra il lato umano dell’economia. Vuole mostrare come dietro i piani di austerità, le finanziare e i tagli di spesa, ci siano uomini e donne che come tutti sono costretti a rispondere delle loro azioni davanti alla propria coscienza. E la figura centrale del monaco Salus, che si trova raccogliere le confessioni di questi tormentatissimi economisti, è ideale per fare da ponte tra politica economica e coscienza, tra calcolo e scrupolo. Ora, il punto debole di questa struttura sta nel fatto che l’intero film fa perno attorno a uno schema, piuttosto semplicistico e vagamente populista, che vede continuamente contrapposti i valori della cristianità a quelli del neocapitalismo liberista; l’anonimo monaco con gli insegnamenti del Vangelo da una parte, e i “protagonisti” della politica economica mondiale dall’altra. Purtroppo emerge una rappresentazione piuttosto stereotipata sia dell’uno che degli altri, e fortemente sbilanciata a favore del monaco. Il risultato alla fine risulta poco convincente per troppa superficialità.

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Parole, parole, parole

Da un film che si chiama Le confessioni, ce lo si aspetta che gran parte della tensione drammatica è caricata sulle sequenze dialogiche, e infatti a parte il suicidio del presidente del FMI non ci sono altri grandi sconvolgimenti drammatici. Oltre alla scena madre del film, che è la confessione di Rochè, pochi altri dialoghi sono così coinvolgenti e vivaci; tra di essi, il colloquio di Salus con l’amico di Rochè, un altro tra i Gotha della finanza globale; ma anche la confessione del ministro italiano, interpretato da Pierfrancesco Favino: convincente, ben interpretata, carica di tensione. E però, proprio questa fortissima componente dialogica rende Le confessioni un film piuttosto lento, soprattutto – e purtroppo spesso – quando gli scambi mancano di originalità e la caratterizzazione dei personaggi è più superficiale. Pochi hanno il magnetismo di Servillo e Favino, ma anche la danese Connie Nielsen, nei panni della scrittrice per bambini, gioca bene le sue carte. Il comparto musicale, con le musiche dell’ottimo Nicola Piovani, da un poco in più di fluidità.

Una singola, grazie

La scelta della scenografia, che è tutta concentrata all’interno dell’albergo, è utile ai fini della trama per circoscrivere il campo delle indagini che seguono il suicidio di Rochè: l’unico indiziato è il monaco, che per ultimo è stato in contatto con la vittima; tutti gli altri personaggi vengono costretti a non allontanarsi dal luogo del crimine. Questa unità di luogo, che in un film della durata di cento minuti propone ripetitivamente gli stessi interni, è un elemento che concorre a dare una percezione di lentezza, che non giova certamente alla godibilità di un film che, già di per sé, ha bisogno dei suoi tempi narrativi.

Insomma, va detto che tenere insieme due temi come la coscienza umana e l’economia globale non è certo facile. Le confessioni riesce solo parzialmente nell’impresa, cedendo troppo spesso alla generalizzazione e al luogo comune. È comunque una storia ricca di spunti di riflessione, che avvicina se non altro lo spettatore a delle problematiche molto attuali. Se è vero che l’economia, con le sue equazioni, con le sue curve di sviluppo, non può essere considerata una scienza umana, è altrettanto vero che una scelta economica cambia la vita delle persone. E da questa prospettiva, una delle formule usate nel film, “distruzione creativa”, non promette nulla di buono.