di Simone Bava

Il mondo del lavoro cambia. Ad oggi, non è sufficiente interrogarsi sulle situazioni più frequenti: considerare quanti più colori che formano questa realtà in evoluzione è condizione necessaria per rispondere alle esigenze di tutte le parti coinvolte – aziende e lavoratori.

Parlare di disabilità vuol dire parlare delle opportunità per la forza lavoro e degli interessi che spingono le aziende e i candidati a incontrarsi. Quindi, cosa significa essere disabile? Perché esistono leggi apposta per queste persone? Domande che abbiamo posto al dr. Enrico Maria Ragaglia, psicologo con pluriennale esperienza nell’ascolto e nei progetti di accompagnamento formativo per persone con disabilità e con DSA.

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Dr. Ragaglia, disabilità è una parola che usiamo nel quotidiano, ma forse con poca consapevolezza. Ci schiarisca le idee: cosa significa essere disabile? E cosa significa esserlo in particolare nel mondo del lavoro?

La disabilità è un costrutto che è mutato molto nel tempo. Oggi, facciamo riferimento alla Classificazione Internazionale del Funzionamento, Disabilità e Salute (ICF, OMS, 2001), che intende la disabilità come una complessità intrecciata tra individuo e contesto, secondo una visione bio-psico-sociale. Qui, si evidenzia il riconoscimento della prevalenza di barriere contestuali – personali, culturali, psicologiche o ambientali che siano – rispetto ai facilitatori nel “definire” la disabilità di un individuo. A questo si aggiunge il tentativo di unire gli aspetti della disabilità più costruiti socialmente a quelli più attinenti alla storia e alle caratteristiche individuali.

L’aspetto più interessante è che questo modello può essere usato per descrivere il funzionamento non solo delle persone con disabilità, ma di chiunque.

Alla luce dell’ICF, io credo si possa parlare della disabilità sia come una dimensione che costituisce l’identità di una persona sia come di una sfida verso le norme e i sistemi precostituiti: quando l’intreccio tra individuo e contesto è tanto problematico da ostacolare le attività da svolgere, ecco che nasce l’esigenza di ripensare il mondo del lavoro. In altre parole, l’esistenza della disabilità, insieme a un approccio inclusivo, consente di riprogettare e di migliorare il sistema lavorativo, contribuendo infine al benessere generale.

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La disabilità può quindi essere intesa come una risorsa? Questo mette in crisi l’idea per cui essere disabili sia inevitabilmente un problema…

Nella mia esperienza ho incontrato il binomio problema/risorsa ripetutamente. Forse la domanda può essere così riformulata: la disabilità, così come altre realtà, è qualcosa di cui liberarsi o da liberare?

Anzitutto, è bene dire che non è un “problema” essere disabili, quindi il punto di vista identitario del singolo, ma è la “disabilità”, intesa come cittadinanza fragile. In altre parole, è la diversità il problema, nel senso di un qualcosa che rompe cornici già costituite, le mette in crisi.

Se le due parti – persona disabile e azienda – avranno modo di ascoltarsi reciprocamente e di progettare insieme il loro rapporto, sarà possibile ovviare molte difficoltà. Senza la personalissima voce di chi vive la disabilità in prima persona, come si può pensare di capirne i bisogni e le risorse, le fragilità e le potenzialità?

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Quello dell’ascolto reciproco è un tema che apre all’argomento successivo: la tutela. Anzitutto, la nostra legislazione riconosce le categorie protette. Ma per quale motivo? In fin dei conti, ognuno di noi può trovarsi in situazioni di difficoltà.

La legge di cui si parla è la 68/99. In ogni caso, è certo che tutti i lavoratori necessitino tutele quanto più esaustive. Per alcune tipologie di lavoratori, si è scoperto essere utile codificare forme e prassi all’interno di uno specifico dispositivo normativo.

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Questa è una cosa positiva.

Purtroppo non necessariamente. Un dispositivo del genere può essere sì usato in modo inclusivo, ma anche discriminatorio o addirittura segregazionista. È questione di cultura condivisa, del modo in cui la disabilità, la sua esistenza e la sua tutela sono concepite. Un altro esempio può essere lo stereotipo per cui la persona disabile è vista come mai adulta e sempre fragile, in un’ottica di dipendenza infantile.

Questo è davvero utile? Probabilmente sarebbe meglio una forma di dipendenza in cui le esigenze di chiunque trovano risposta nella cura di sé e del prossimo. Sarebbe ora di abbandonare toni pietistici e compassionevoli che contribuiscono a generare demansionamenti, forme di tolleranza o franche discriminazioni. E questo vale non solo per chi sta intorno alle persone disabili, ma anche per le persone disabili stesse.

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Alla luce di questo quadro – demansionamenti, stereotipi e pietismi vari – quali sono concretamente le aspettative di carriera?

Pensare al Progetto di Vita di una persona disabile significa interrogarsi e interrogare tutti i contesti, gli strumenti, i dispositivi e le persone coinvolte. Questa riflessione non nasce dal mondo del lavoro, ma molto prima: è necessario formare i docenti, mettere a punto pratiche di orientamento in ingresso e in uscita, accompagnare la famiglia e valorizzare i metodi didattici e relazionali più adeguati per far conoscere alla persona le proprie risorse. L’apertura degli Atenei ai disabili con la Legge 17/99 è stato un passo importantissimo.

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