Verso la fine del 1856 la Revue de Paris si assunse la responsabilità di pubblicare a puntate l’ultima opera di Gustave Flaubert: una serie di polemiche, critiche e accuse di glorificare l’adulterio vennero a galla. Ormai nostra, Emma diede un nome allo stato d’animo che si prova quando la nostra immaginazione ci allontana dalla realtà fino ad essere vittima di una vera scissione delle nostre volontà e pulsioni, attraverso il mezzo della letteratura; ben lontano dunque, dalla figura debole e portatrice di influenza negativa, come veniva definita durante le sue prime comparse.

Sembra strano parlare di un personaggio di carta come se fosse davvero scappato dalle pagine? Come se avesse davvero avuto un ruolo nella società? Un pensiero? Vita?

 

In seguito alle continue sollecitazioni di un pubblico in preda allo scandalo, a repentine richieste di soppressioni e censure, Gustave Flaubert non passò sicuramente in osservato e una denuncia all’oltraggio alla religione, alla morale e al buon gusto macchiò per sempre le pagine dominate dalla Madame Bovary: quale altro personaggio sarebbe riuscito a far percepire la propria voce? Il proprio profumo? Quale altra opera avrebbe ricreato ambientazioni come se fossero semplicemente “creati dalla mano di Dio”? Come fossero parte della nostra normalità?

Su questo lato del testo si batteva l’avvocato difensore, Senard: egli riuscì a convincere la giuria dell’ “autonomia” del personaggio di Emma. L’autore, fu solo un mezzo imparziale per romanzare le vicende della Signora Bovary.

Attraverso questa vicenda, Gustave Flaubert, divenne maestro della tecnica che gli permise di essere assolto: il discorso indiretto libero. In narratologia, esso consiste nella creazione di un discorso ibrido tra quello mediato dal narratore e quello diretto del personaggio. Non sono infatti presenti tipici segni di interpunzione o verbi dichiarativi o la congiunzione “che”.

 

Emma dunque, è diventata un’istituzione. E Gustave… non è Madame Bovary.

 

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