L’uomo onesto è morto.
Gli ipocriti sono vivi:
l’entusiasmo è morto;
l’indifferenza lo ha sepolto,
le parole vuote, la vanità, il mah-jong, il bridge.

Non sarebbe stato per nulla inusuale trovare questa poesia affissa alle pareti del campus dell’Università di Pechino nel maggio 1989. L’onesto di cui si parla è Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista Cinese dal 1981 al 1987 e artefice delle innumerevoli riforme di Deng Xiaoping, il Leader Supremo che comandava il Paese in quel periodo; Yaobang iniziò a perdere fiducia all’interno degli ambienti del partito a causa di una forte opposizione. La sua morte, dovuta ad attacco cardiaco, fu la vera miccia che fece esplodere il malcontento popolare che serpeggiava ormai da molti mesi, specialmente tra i giovani, e che portò ai tragici fatti di Piazza Tienanmen: questo articolo vuole ripercorrere le tappe principali che segnarono questa sanguinosa pagina della storia cinese.

Proveremo ora ad inquadrare brevemente la realtà economico-sociale antecedente al 1989, così da comprendere appieno la genesi di questi scontri che tanto hanno impressionato il mondo e ancora adesso sono oggetto di censura e dibattito nella stessa Cina.
Gli anni ’80 sono eccezionali per lo sviluppo del Dragone, basti osservare il tasso medio di crescita del PIL (10%, con un picco del 15% nel 1984); questo vero e proprio boom porta con sé però una miriade di problemi: corruzione endemica a tutti i livelli dirigenziali, aumento del crimine, rischi ambientali nelle zone più industrializzate.
La corruzione dilagante, insieme alle richieste di maggiore democrazia, furono gli assi portanti delle proteste che dal 1987 iniziarono a sorgere in tutto il territorio cinese (soprattutto nelle università, enclavi esclusive in cui fin dai tempi dall’Impero le espressioni di dissenso venivano tollerate); particolarmente forte fu la repressione in Tibet, nel marzo 1989, in cui venne istituita la legge marziale e dove per la prima volta brillò la stella politica di Hu Jintao, futuro leader supremo.

Questo è dunque l’humus sulla cui base si innestano le rimostranze delle migliaia di studenti in Piazza Tienanmen, che non si limitarono alla fatidica giornata del 3 giugno ma ebbero genesi e crescita durante le settimane precedenti. A tal proposito è importante ricordare alcuni passaggi chiave, il primo dei quali non può che essere la partecipazione di circa centomila persone alla cerimonia funebre del già citato Hu Yaobang il 22 aprile, nella Grande Sala del Popolo; successivamente, un giorno cardine è senza dubbio il 4 maggio (anniversario dell’omonimo Movimento in ricordo delle proteste anti-imperiali del 1919, ndr) e le due settimane successive, che videro oltre un milione e mezzo di giovani manifestare per le vie di Pechino, davanti a centinaia di attoniti giornalisti stranieri. La tensione cresceva sempre più, con il Governo sempre più infastidito e distante dal popolo; anche le minoranze religiose incominciarono ad agitarsi, primi fra tutti i musulmani.

Arriviamo al 15 maggio, alla visita del leader dell’URSS Gorbaciov e all’incredibile smacco che le autorità dovettero subire, in quanto costrette a cancellare la cerimonia principale in Piazza Tienanmen (vero e proprio fulcro delle contestazioni: tre giorni prima gli studenti incominciarono uno sciopero della fame collettivo senza eguali nella storia): questo affronto rese palese il fatto che da lì a poco i vertici del Partito sarebbero intervenuti per porre fine alle sollevazioni, seguendo la cosiddetta “linea dura” portata avanti da Deng Xiaoping e approvata dagli Otto immortali, un consiglio di anziani sopravvissuti al maoismo detentore di notevole influenza ideologica nel Partito.

L’opzione era una sola: legge marziale. E così fu: il 20 maggio entrò ufficialmente in vigore, con le divisioni corazzate dell’esercito che entro una settimana vennero inviate verso la capitale, in un clima quasi rivoluzionario. Questo atto di forza ebbe un impatto lacerante sulla leadership del movimento di piazza: alcuni capi, come Wang Dan, decisero di tornare nei campus universitari, mentre altri, come Chai Ling, non supportarono l’idea di organizzare un’ultima, decisiva manifestazione il 28 maggio.
Ciò nonostante, queste titubanze non decretarono la fine per gli studenti in rivolta: la fiamma dell’ardire tornò a splendere quando alcuni allievi della Scuola di Belle Arti issarono una statua in polistirolo della “Dea della democrazia” alta 10 metri nel bel mezzo della piazza, quasi come a sfidare il gigantesco volto di Mao che campeggiava su di essa. In una dichiarazione ad un giornalista, Chai Ling pronunciò parole che sarebbero risultate tristemente profetiche: “il popolo cinese aprirà gli occhi solo quando la piazza sarà piena di sangue”.

Il numero reale dei cinesi trucidati dai loro compatrioti che prestavano servizio nelle forze armate nei feroci scontri del 3-4 giugno che seguirono non si saprà mai con certezza. Diverse fonti parlano di oltre 3000 morti, un dato immane che cozza grandemente col dato ufficiale del Partito: appena 300 persone uccise, e nessuna di esse a seguito di proiettili esplosi dall’esercito. I disordini colpirono altre decine e decine di città in tutto il Paese, corroborati dalle notizie che arrivavano dalla capitale; a Pechino la situazione rimase incandescente per diversi giorni (la celeberrima fotografia del Tank Man, quell’uomo sconosciuto che coraggiosamente si erse di fronte al corazzato militare, venne scattata il 5 giugno), con la polizia che attuò migliaia di arresti in tutta Pechino.

I fatti di Piazza Tienanmen sono un tabù ancora impronunciabile per i vertici di Partito cinesi, un argomento inaffrontabile che non merita alcuna pubblicità: la morte di Zhao Ziyang, uno dei pochi esponenti del governo che si schierò pubblicamente contro le repressioni, avvenuta nel 2005 è passata nel più totale silenzio. Forse per evitare quanto successe con Hu Yaobang?

foto tratte da: it.wikipedia.org