Fino al 31 maggio sarà possibile ammirare la bipersonale di Flavia Albu e Virginia Dal Magro, curata da Vincenzo Argentieri, presso la stazione Repubblica del Passante Ferroviario.
Monòcrono cerca di creare un sistema composto da un unico tempo, di cui le artiste cercano di fissare un preciso istante, preciso e irripetibile, e per questo infinito. Quest’idea di unicità temporale prende ha un rapporto diretto proprio con il luogo in cui prende vita: una stazione ferroviaria in cui fa da protagonista il “passante”, che quotidianamente compie gesti automatici ed abituali, eppure sempre diversi, sempre unici.

Queste artiste giovanissime (frequentano entrambe il terzo anno di scuola di pittura dell’Accademia di belle Arti di Brera) ci accompagneranno in questo percorso raccontando se stesse e le loro opere.
Flavia attraverso un processo di codificazione gestuale porta lo spettatore ad interrogarsi sull’attimo in cui l’opera si svolge: attimo in cui tutto può ancora succedere e nulla è certo.
“Vivo la pittura come una domanda” dice la ragazza “mi interessa la genesi delle forme, ovvero, il rapporto che si instaura tra lo spettatore e gli elementi: da questa interazione risulta un lavoro”

20160518_185137Virginia invece ha una visione frammentata della realtà: le sue stampe ci accompagnano lungo il tragitto dalla porta di casa e le scale di una stazione, percorso breve, ma che porta l’artista a sviluppare un senso estetico per tutte le cose che incontra sul suo cammino. Il tema centrale è la memoria: lo mostra a foto di una donna il cui volto è stato cancellato. Rimarrà la memoria che noi abbiamo di quella donna, magari modellato da un particolare stato d’animo, una particolare situazione.
Per quanto riguarda la genesi della loro collaborazione Virginia risponde così: “Ci siamo conosciute in accademia, volevamo entrambe allestire una personale, ma poi abbiamo deciso di provare a confrontarci. Il nostro lavoro è cresciuto insieme, io ho sempre nutrito ammirazione per le opere di Flavia. Abbiamo fatto una mostra collettiva un anno fa e ci siamo trovate bene, quindi abbiamo deciso di replicare. Ci piacciono gli stessi artisti, lavoriamo nello stesso ambiente, ma abbiamo uno stile molto diverso”.

Vincenzo, invece, è un po’ il mentore delle ragazze. Frequentando lo stesso corso di studi dell’anno precedente, ha visto sviluppare il loro percorso artistico e stilistico, ed ha provato fin da subito di capirlo e strutturarlo assieme a loro. È lui che ci parla di loro e del come è nata l’idea della mostra. “Avendo le artiste un linguaggio e uno stile completamente diverso, mi piaceva l’idea di fare una bi personale completamente separata per le due, che però si ricongiungesse al centro, attraverso il “processo frammentato” che fa da cerniera tra le due, sfruttando la cosa che hanno in comune: l’uso del colore, il bianco e il nero. ‘Monòcromo’ è un neologismo che si compone di due parole: monocromo e crono. Le due ragazze infatti rappresentano il mondo in maniera monocromatica, o bianco o nero, come se il colore per loro non esistesse. ‘Crono’ perché un’altra cosa che hanno in comune è il tempo: le ragazze percepiscono un unico tempo e un unico istante. I loro lavori sono segmenti circolari di tempo dei quali prendono solo un preciso frammento: l’immagino è in divenire, è contingente, non sappiamo cosa è stata, né cosa sarà, sappiamo solo cos’è, per noi, in quel momento”.
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Sulla prospettiva di lavorare ancora insieme dice: “Stiamo già facendo una mostra collettiva ad Abbiategrasso per il concorso Meno 30, e non esclude altre collaborazioni future”.


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