Dal 1973 Pier Paolo Pasolini inizia una feconda collaborazione con il “Corriere della Sera”, partorendo una serie di scottanti articoli aventi come tematica focale la mutazione antropologica della società italiana.

Questi articoli daranno, a loro volta, vita a due profetiche raccolte: “Scritti corsari”, editi nel 1975, e “Lettere luterane”, date alle stampe, postume, nel 1976.

Pasolini, in queste sue libere riflessioni, riesce a leggere (da contemporaneo e convivente) con assoluta chiarezza il cambiamento che gli italiani stanno subendo, ovvero il nucleo originario da cui ha avuto origine la società che oggi ci circonda.

Pasolini, in questi articoli, si fa vate, spiegando passo dopo passo un mutamento di valori di cui egli stesso sarà vittima, come la più classica delle inascoltate Cassandra.

L’intellettuale è cinico, inflessibile nello tenere uniti i fenomeni di un Palazzo sempre più distante ed autoreferenziale e di un popolo che, grazie alla televisione e ad un esaurimento dei valori positivi di una certa epoca precedente, sta tristemente vivendo la sua unificazione, dettata dai consumi che in questa “grande omologazione” riescono ad annullare la differenza, almeno culturale, tra il borghese ed il proletario.

L’appiattimento dello spirito e l’annullamento della cultura di classe emergerá inevitabilmente col passare degli anni e lo possiamo notare noi oggi appollaiati su di un qualsiasi treno dove, sia quello che dall’aspetto potrebbe essere figlio di benestanti sia colui che, dalla salopette sporca d’olio, potrebbe essere un operaio, siedono con la testa china sullo stesso identico costoso cellulare intelligente.

La classe politica, nella riflessione pasoliniana sulla società a lui contemporanea, è dipinta come una realtà aliena, una “diacronia storica per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel paese”; ma non in questo esente da colpe.

Esemplificativo in questo senso è un passaggio contenuto nelle “Lettere luterane”, dove Pasolini teorizza l’idea del processo al potere, ovvero ai gerarchi della DC.

In pochi altri passaggi si evince tutta la non celata altezzosità dell’intellettuale, il grande moralismo di sinistra di cui Pasolini è pregno; un moralismo di cui lui stesso Pasolini è conscio e di cui in ripetuti altri passaggi si scusa.

Pasolini, alla luce dei danni che la dittatura democristiana -agendo in modo viscido- ha inflitto alla società italiana mutandola in peggio (ohibò, lo negheremmo oggi?!), trascinerebbe gran parte dei gerarchi democristiani (Andreotti, Rumor e Fanfani in primis) davanti ad un processo penale, come avvenne in Grecia con Papadopulos, per pagare finalmente per il male compiuto.

Le accuse, tutte e giustamente di natura morale: “indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, convivenza con la mafia, alto tradimento in favore di nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna, distruzione paesaggistica ed urbanistica dell’Italia, responsabilità nella degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, magari oltre a tutto il resto, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori”.

Di processi non ce ne sono stati ed ancora oggi i metodi e le forme di quello “stare nel palazzo” sono di comune impiego.

Rileggiamole oggi queste accuse. Sarebbero ancora applicabili al presente? Credo proprio di sì, in una grande maggioranza di circostanze e verso una enorme fetta della classe politica attuale.

Ulteriore conferma che il colpo di stato mascherato di quella pace terrificante, in silenzio, è avvenuto.

Eppure qualcuno sussurrò.

 

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