Un mio professore questa cosa la ripeteva sempre: “Viviamo nel secolo dell’autoreferenzialità”, e ormai trovo che ciò sia innegabile. I mezzi di comunicazione ed espressione che permeano le nostre vite non sono improntati sul creare ponti fra le persone, ma immensi piedistalli per i nostri ego, vetrine nelle quali metterci in mostra per ottenere quei 15 minuti di fama di cui parlava Warhol. Un mondo in cui ogni mezzo di comunicazione serve a imporre il  a discapito degli altri è una piazza in cui tutti urlano senza curarsi delle altre urla o del perché si urli. Se l’autoreferenzialità caratterizza, anzi domina, le nostre vite, ha senso che sia così anche nella letteratura?

Nel variegato scenario della letteratura moderna e contemporanea il racconto dell’interiorità è uno dei filoni predominanti e di maggior successo. Questo vale nella narrativa, ma ancora di più nella poesia, dove dopo l’abbattimento novecentesco degli assoluti sembra essere l’unica via percorribile. La scrittura dell’interiorità ha seguito un percorso complesso ed accidentato, lungo ma inesorabile.

Iniziò con la poesia lirica a Roma ed in Grecia, con la scoperta dell’io-poetico, ma bisognò aspettare Petrarca affinchè essa acquisisse spessore e significato e si potesse imporre sugli altri modelli poetici. Solo con il Romanticismo questo modello di racconto del sé riuscì ad ottenere il dovuto riguardo e si sviluppò egualmente in prosa e poesia, arrivando al flusso di coscienza, zenit di questo genere, e alla letteratura psicologica. Questo avveniva nel Novecento. I mezzi di comunicazione erano deboli e nemmeno lontanamente paragonabili a quelli odierni. Poteva dunque esistere una curiosità reale nei confronti dell’altro, del distante, una voglia di scoprire i travagli dell’anima di uno sconosciuto e rapportarli ai propri, poiché gli esempi, i termini di paragone, erano pochi e forse non abbastanza. Ma si può dire la stessa cosa oggi?

Con la facilità che abbiamo nel reperire notizie ed informazioni su chiunque ci circondi, sulle loro vite e sulle loro occupazioni, veramente abbiamo ancora bisogno di leggere i problemi di un adolescente sofferente o del conflitto con il padre di un adulto non realizzato? Viviamo oberati e sovraccarichi di finestre nelle vite altrui che ci portano a pensare di poter sinceramente vedere dentro esse, allo stesso modo nel quale vediamo dentro Joyce o Berto leggendone i romanzi. Questo bombardamento mediatico ha annichilito la nostra capacità di provare un’empatia profonda per le vicende altrui ed ha annullato la differenza fra persona e personaggio, creando un ibrido mostruoso falso con sé e con gli altri che però non può nemmeno essere ritenuto tale in assenza di una definizione accettabile di “verità”. Perciò ritorno a chiedere: in un contesto simile, è ancora possibile una letteratura dell’interiorità? Essa non è minata proprio nelle sue basi, nelle sue fondamenti, in ciò che la rende possibile e divulgabile?

A questo punto sorge l’annosa opposizione sul significato insito e primordiale della letteratura, se sia essa desiderio di comunicazione o bisogno di espressione. Una letteratura dell’interiorità guidata dal desiderio di comunicazione oggi è necessariamente destinata a fallire, alla luce di quanto detto in precedenza. Proprio per questo motivo potrebbe avere però senso, per aprire gli occhi sulla situazione corrente, ma temo che sarebbe un tentativo fallace. Una letteratura dell’interiorità che scaturisca dal bisogno di espressione sembra avere ancora senso, poiché essa può, teoricamente, vivere senza il bisogno di un pubblico. Diventerebbe però un campo chiuso, dedicato ad una nicchia e a pochi eletti, utile solo se si aprisse a campo di sperimentazione per nuove soluzioni creative.

Bisogna per questo cercare nuovi campi ed altri spazi, magari più oggettivi, che non dipendano dalla volontà o desiderio di entrare in contatto con un differente io? Forse si, ma la questione rimane necessariamente aperta ad ulteriori discussioni.

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