di Lucrezia Benedetti

Luton è un film specchio di una Grecia distrutta dalla crisi e di un popolo allo stremo delle forze. La cinematografia greca già con Kynodontas del 2009 ci ha abituati a questa realtà estraniante, quasi ci ritrovassimo a vivere nel solito quotidiano mondo, ma a testa in giù; e come si può vivere a testa in giù? Questo è quello che queste pellicole cercano di mostrarci.

Uscito nel 2013, senza ricevere particolare attenzione e successo, Luton di Michalis Konstantatos ci appare particolare sin da subito, dalle prime inquadrature ferme che lo ancorano alla realtà. Sembra volerci far ammirare la solennità del banale e di quanto la nostra vita sia vissuta senza che ce ne rendiamo conto. Le scene iniziali ci disorientano perché non hanno un apparente senso, sono slegate e solo man mano il regista ci farà capire con chi avremo a che fare, ma il film è piatto ed annoia lo spettatore per quasi tutta la durata della pellicola, rischiando persino di perdere la sua attenzione nella parte centrale.

Di giorno il tempo della narrazione sembra combaciare con il tempo reale di ogni protagonista: lo studente modello che diligentemente va a scuola, l’avvocatessa in carriera ed il commerciante svogliato conducono la loro stereotipata e lenta vita. Ma la banalità dal vivere riceverà un pugno nello stomaco, come lo spettatore del resto, perché Konstantatos, come naturalmente ci propone le tre vite ripetitive dei protagonisti, ci aggredisce con la loro violenza gratuita, sfogo di una rabbia e di una frustrazione repressa che alimenta l’astio negli animi dei tre.

I soggetti sono persone apparentemente normali, di quelle che si incontrano in posta e si ignorano. Tra di loro non hanno caratteristiche comuni, se non la passione per la violenza, ultraviolenza, come direbbe Alex, il capo drugo di Kubrick in Arancia Meccanica, al quale in quanto ad efferatezza non hanno nulla da invidiare. Sicuramente i tre covano quest’odio che non riescono a gestire perché si rendono conto della loro alienante vita ripetitiva: Makis, il commerciante, è il classico uomo di mezza età, grassoccio e scorbutico che lascia sempre cadere l’occhio sul lato B delle donne che entrano nel suo negozio; Jimmy è uno studente modello vittima di bullismo da parte di alcuni ragazzi a scuola, dai quali stranamente non si difende ma alimentano in lui una gran rabbia e lo si può notare anche quando è a pranzo da sua nonna, che mangia la minestra in modo rumoroso, e i suoi nervi sembrano corde di violino; ed infine Maria, l’avvocatessa regolare e precisa, stereotipata, che sembra però avere un singolare e spiccato appetito sessuale.

Nel mirino di questi nottambuli in cerca di una valvola di sfogo non ci sono vittime specifiche, non hanno una predilezione o un obiettivo, a loro basta procurare sofferenza e così vecchiette, trans e barboni ne pagano le conseguenze. Queste inaspettate esplosioni di ritmo sono l’unico elemento a tenerci svegli durante i 92 minuti di film totalmente monotono.

Konstantatos ha volutamente adottato questo particolare codice narrativo per far annoiare lo spettatore, abituandolo ad una narrazione scialba ha potuto rendere più incisive ed enfatiche le sequenze di cruda e spietata violenza. Il regista, nel corso della pellicola, non ci prepara a tanta crudeltà ed inserirle inaspettatamente sconvolge lo spettatore perché oltre all’improvvisa variazione del linguaggio e la crudeltà dimostrata dai tre, anche la casualità con cui vengono proposte sottolinea la naturalezza con cui vengono svolti i pestaggi e gli abusi.

Questo film può, in parte, essere interpretato come l’animo brulicante e collettivo del popolo greco, un manifesto dell’insoddisfazione e rabbia dilagante che contraddistingue la penisola in questo momento storico a lei sfavorevole. Se non fosse per questa interpretazione, se fosse apolide, la pellicola risulterebbe muta e priva di qualsiasi messaggio, perché rispetto ad Arancia Meccanica, indiscusso capolavoro ricco di musiche, colori, dialoghi e spazi aperti, Luton non presenta biasimi nei confronti del comportamento violento dei protagonisti, ma anzi, li narra come poco prima aveva narrato la vendita di un pacchetto di sigarette o di altre azioni insignificanti cioè senza dedicargli particolare attenzione; inoltre è prevalentemente ambientato in spazi chiusi ed i colori sottotono amplificano il senso di abulia che contraddistingue l’intera opera.

La scena conclusiva risulta certamente una delle più eloquenti: Jimmy in un aeroporto inglese, Luton, come il titolo richiama, pronto a trasferirsi in un nuovo ed esclusivo college. Forse è l’incipit di un cambiamento, la fuga in un paese che non sembra accusare i colpi della crisi e verso una cultura forte, densa come il tuorlo di un uovo all’occhio di bue o forse è l’arrivo nell’isola di un nuovo Alex, pronto ad imbrattare di sangue le notti con un po’ di ultraviolenza delirante ed immotivata, come un tuorlo rotto che copre il bianco albume.

foto tratta da: http://pad.mymovies.it/filmclub