Cammino per i vicoli di Parma e penso a Jonathan Franzen
che dice: “Vengo qui perché questo posto non esiste,
è bello passare un po’ di tempo, in un posto che non esiste.”

Abbiamo tutti un posto tutto nostro, dove stenderci completamente,
senza che nessuno vi acceda mai, lontano da qualsiasi cosa.
Una porta mentale, dentro la nostra scatola cranica.
Un posto che non esiste.

Non mi piacciono le persone che dicono cose che poi non sanno di vero.
Cose che di vero inizialmente sanno, e che alla fine si dimostrano polvere,
e la polvere non genera nient’altro che altra polvere, o peggio, 
non genera assolutamente nulla.
E come se, nell’esatto momento in cui tu riponi fiducia in una persona o in
una situazione, automaticamente, questa ti deluderà.
A me succede sempre, e mi sembra di girare sempre in tondo nello stesso punto,
senza muovermi mai, e come se fossi al centro di questo tondo, come se fossi il perno,
e tutto gira di continuo, e non posso far altro che lasciarlo girare,
senza far altro che questo, ripetutamente, senza sosta.

Finisce semprenello stesso modo assurdo e spesso non credo stia succedendo davvero,
ma sta succedendo davvero, proprio adesso.
Succede che cerchi di tenere in piedi tutto quanto, costruisci un vaso in terracotta,
lo tieni tra le braccia, metti la terra, i semi di un fiore.
Ci metti tutta la passione, l’amore, la determinazione, credi in quel fiore, lo curi, premurosamente.
Tieni questo vaso, tra le braccia, nonostante diventi sempre più pesante, lo tieni stretto, lentamente diventa malconcio.
Ad un certo punto, cade.
Difficilmente puoi ricongiungere i pezzi.
E’ come se automaticamente due cose si dividessero a metà.

Uno strappo divide tutto, si spezzano completamente, si separano.
Guardi quel vaso.
Quel vaso sei tu.
Quel vaso sono io.
Poni delle domande, alle quali merit risposte e capita che a quelle domande
non puoi far altro che risponderti da solo.
Penso a Pedro Salinas che scrive nel suo libro:
“Nessuna solitudine mi ha fatto tanto male,
come questa di due occhi senza risposta.”
E penso che esistano molte tipologie di silenzi tra due persone, tra cui alcuni piacevoli 
ed altri spiacevoli.
E quando non si comunica più, quando il silenzio riempie tutte quante le cose, non si può
stare a guardare e lasciare che tutto scorra.
Bisogna rompere il silenzio, quando è opportuno.
Lo senti, lo percepisci, ti preme in petto, vuole uscir fuori.
Comunicare è importante, quando il silenzio diventa assordante.

Perché se fosse andata diversamente,
non ci sarebbero state domande.
Ci sarebbero state risposte,
e non silenzi.
Ma soprattutto, non ci sarebbero stati vasi in terracotta, rotti.


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