Di Sebastiano Pacchiarotti

Nel diciannovesimo secolo l’America è una terra dalle mille sfaccettature: è il simbolo del progresso civile e scientifico, il punto di partenza delle grandi rivoluzioni in Europa e il suolo abitato dal popolo intraprendente delle ferrovie e delle industrie; ma è anche una terra misteriosa, carica di fascino per l’avventura e per l’ignoto. Nel Nuovo Mondo lo spirito della frontiera muove cuori intrepidi verso i sublimi paesaggi incontaminati del West immortalati dai pittori dell’Hudson River School.

Eppure agli occhi, forse un po’ snob, degli europei, questi luoghi così romantici non sembrano adatti ad accogliere nel proprio seno animi artistici. I grandi ambienti della musica colta europea resteranno sostanzialmente preclusi al popolo statunitense per tutto l’Ottocento: per esempio, il Conservatorio di Parigi esclude il pianista Louis Gottschalk dal momento che «L’America è solo un Paese di macchine a vapore».

Ma l’America non è disposta a restare in disparte per troppo tempo. Nelle grandi città sulla costa atlantica nascono scuole di musica e conservatori. La capolista è New York, che nel 1900 diventerà uno dei maggiori punti di riferimento della musica colta mondiale. Nella Grande Mela nasce il Conservatorio Nazionale, che, dal 1892 al 1895, venne diretto da uno dei più grandi compositori europei del tardo Romanticismo: si tratta del boemo Antonin Dvoràk (1841-1904) .

 

A questo nome, oggi poco conosciuto al grande pubblico, si devono alcune melodie celeberrime: dall’ Humoresque n. 7 alle Danze slave. Autore di opere orecchiabili ed esteticamente perfette, egli si fa conoscere in tutta Europa per il suo stile, che combina tratti folkloristici della musica slava con un particolare gusto nel raccontare e descrivere immagini molto diverse tra loro. Forse l’America aveva bisogno di un nome autorevole come quello di Dvoràk per cominciare a far sentire la propria voce in ambito artistico. Inutile dire che il musicista ceco abbia raggiunto perfettamente lo scopo, arrivando a comporre la sua opera più famosa: la New World Symphony in mi minore.

In questa sinfonia vengono combinate tradizione e innovazione, tramite il ricorso a temi di facile ascolto che si intersecano tra loro, il cui risultato tende a dipingere gli spazi sconfinati e ignoti del West.  Nella forma, Dvoràk si fa ispirare dalle semplici melodie dei nativi americani e dalle ritmiche degli afroamericani, in quella fase embrionale che porterà poi allo sviluppo del jazz.

Il primo movimento comincia con un misterioso Adagio, cui fa subito seguito un Allegro Molto: qui si respira già un’aria che alterna spirito di avventura e contemplazione di grandi spazi aperti. Il celebre secondo movimento, Largo, elabora una sorta di ninna nanna degli indiani d’America, in un’atmosfera di profonda intimità. L’atmosfera cambia di colpo nello Scherzo, Molto vivace, il quale invece è un ritorno alle tradizioni del compositore: la danza che viene qui esposta è un Furiant, un genere musicale tipico della Boemia. L’ultimo movimento, l’Allegro con fuoco, è forse uno dei brani più conosciuti nella storia della musica sinfonica, il cui tema principale è diventato, per sineddoche, simbolo dell’intera opera. In quest’ultima parte il Nuovo Mondo diventa un luogo titanico, non minaccioso ma maestoso: è un manifesto del sublime romantico.

La Sinfonia dal Nuovo Mondo venne composta nel 1893 ed eseguita in quello che diventerà uno dei più importanti teatri del mondo, il Carnegie Hall di New York. L’opera diventa un po’ la rappresentazione stessa della grandezza dell’America e del suo popolo, della terra meravigliosa e del popolo eroico, tanto che Neil Armstrong porterà un incisione di questo brano sulla Luna.

Insomma, sebbene questo Mondo fosse ancora “Nuovo”, tutto da scoprire, non significava che fosse “acerbo”; anzi, sembra strano come le potenzialità che questo immenso continente poteva offrire fossero state tenute in così scarsa considerazione fino alla fine dell’Ottocento, fino a quando, cioè, una mente geniale (un nome importantissimo, eppure così poco tenuto in considerazione) non riuscì a renderle memorabili e a far aprire gli occhi a un ambiente artistico fin troppo conservatore.


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