di Andrea Alfieri

Sono stati di recente pubblicati i diari personali del compianto cantautore genovese Fabrizio De Andrè, scomparso nel gennaio di diciassette anni fa.

Più che di un diario in senso stretto, trattasi della raccolta in unico volume dei numerosissimi pensieri e delle riflessioni che Faber appuntava su qualsiasi pezzo di carta gli capitasse sotto mano, come efficacissima valvola di sfogo per i suoi sensibili pensieri.

Essendo De Andrè l’artista che più di ogni altro ha influito sulla formazione della mia persona, ho naturalmente divorato con foga questa sua anima nascosta, scoprendo con piacere come la distanza tra le sue canzoni ed il suo modo di essere fosse effettivamente minima.

In verità, trovandomi dinnanzi il volume sullo scaffale della libreria ho avuto un attimo di tentennamento: conoscendo il carattere del mio maestro, per altro non dissimile dal mio, immaginavo la sua reticenza nel rendere pubblico quello che volutamente è stato tenuto privato, mi è sembrato come di denudare una timidissima ed indifesa donzella.

Alla fine ho vinto il rimorso, conscio del fatto che, se non io, altre migliaia di persone avrebbero comunque esplorato questo Fabrizio taciuto.

Nei suoi scritti personali De Andrè spazia dalla politica al sentimento, dallo scrivere ironico ai toni cupi, dalla poesia alla prosa, dalla famiglia al suo profondissimo io.

L’anima è quella di un “amico fragile” che, quasi dannandosi, sovente richiede un “se mi vuoi bene piangi” come prova della corrispondenza del sentimento, in una vita amorosa che descrive giocherellona e curiosa in età giovanile ma che, maturando gli anni, viene a definirsi e completarsi nel suo rapporto con la seconda moglie Dori.

Immutata fin da suoi scritti di ragazzo è invece la concezione del potere, tessuta della sua essenza anarchica e libertaria che lo porta a capire come “non ci sono poteri buoni”.

De Andrè dedica pensieri crudi alla classe politica, alla sua mancanza di etica nello sfruttare e fregare la gente comune, alle convenzioni borghesi messe alla berlina in album quali “Rimini” o “Le nuvole”, e ancora a quel suo stupore di vecchio intellettuale che, sul finire degli anni Ottanta, non capisce come i giovani restino assisi di fronte ad un attuato colpo di Stato di natura morale e culturale, che non “fece udire fucilate” ma che ugualmente si “portò via tutti i pensieri, mentre le regine del tua culpa affollavano i parrucchieri”.

Abbiamo poi il suo grande amore Genova, un’amante che, per quanto vi si distacchi, non riesce mai a dimenticare.

Così come la Sardegna, la sua seconda casa, dove si definisce più sardo di certi sardi, essendo loro nati nell’isola per caso, mentre lui vi ha vissuto per scelta. La Sardegna che gli restituisce la genuinità di una vita riconoscente verso la madre terra, alla maniera pelle rossa, quando il mestiere di cantautore inizia a sembrargli scomodo e non più idoneo all’uomo di mezza età che ormai è divenuto.

Si legge molta insoddisfazione in certi appunti, un senso di temuta incapacità nel comunicare valori alle nuove generazioni che, al contrario, perdurano ancora oggi nelle sue canzoni.

Si evince come molto tenga al ruolo dell’artista all’interno della società, artista che considera super partes e fine osservatore, con il compito preciso di orientare verso certe posizioni attraverso i testi e la musica.

Musica che ama tantissimo, sebbene spesso non si ritenga adatto a proporla, e le sue parole in merito non lasciano spazio ad equivoco.

Ampio spazio è infine dedicato alla spiritualità, a quel dio inteso come “grande spirito” immanente del mondo, di certo ben lontano dall’immagine del vecchio seduto in cielo.

Sebbene si legga un certo disprezzo nei confronti della istituzione Chiesa e di quel cattolicesimo reazionario e bigotto  (mi rivolgo alle persone religiose ricordando loro che è più comune trovare gente che ama Dio che il proprio prossimo: Dio costa molto di meno, scrive), massima è la stima per la figura di Gesù Cristo, riconosciuto come uomo e come uomo artefice della più grande rivoluzione della storia dell’umanità, portatore di un messaggio di amore e di pace che per De Andrè non ha eguali altrove.

I suoi scritti altro non fanno che agglomerarsi in specifici microcosmi della sua riflessione e, come tali, trovare i loro corrispondenti meglio elaborati e meglio calibrati nelle canzoni che ben conosciamo, portatrici del medesimo messaggio in forma meno macchinosa e complessa ma sicuramente cristallina nella loro perfezione di sintesi.

Eccoti dunque nuovamente messo a nudo, Faber, esposto sulla pubblica piazza alla mercè del nostro giudizio.

Io con te mi scuso, per averti con queste righe mal scritte nuovamente posto sotto i riflettori, a te che non ti sei mai creduto pronto per condurre uno spettacolo.

Idealmente ti offro un bicchiere di whisky, sperando che il suo tepore possa per un attimo distrarti mentre noi, affamati e confusi, ancora da te apprendiamo.

TITOLO: Sotto le ciglia chissà – I diari

AUTORE: Fabrizio De Andrè

EDITORE: Mondadori

 

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