Eccolo Vasco, davanti a noi con le braccia alzate, quasi in segno di resa. Ci osserva con quello sguardo ceruleo, un po’ furbetto, dichiarando: “Sono innocente…”.

Alcuni giuristi avanzerebbero il monito: “Excusatio non petita, accusatio manifesta”. Letteralmente: “Scusa non richiesta, accusa manifesta”. Vasco, già dalla scelta del titolo del suo ultimo lavoro “Sono innocente“, anticipa delle giustificazioni senza tuttavia essere stato previamente accusato, tradendo cosi un senso di colpa; la colpa di essere umano, o ‒ come lui stesso si definisce ‒ “l’uomo più semplice che c’è”. L’album è ormai datato 4 novembre 2014, ma ad oggi capita ancora di sentirne qualche traccia alla radio – e scusate se è poco.

 

Nella quanto mai riuscita e variegata combinazione tra testi e musiche si nasconde un Vasco sincero, lucido e consapevole. Anzi – a ben guardare ‒ non si nasconde affatto! Al contrario esce prepotentemente allo scoperto, come è nel suo stile: provocatorio ed ironico, a tratti pungente e determinato, come raramente è capitato di vederlo in 36 anni di carriera. Un “animale da palcoscenico” che cuce sulle parole – da abile sarto –  il vestito su misura della musica, complici lo storico produttore Guido Elmi e gli autori Roberto Casini, Andrea Righi, Tullio Ferro e Gaetano Curreri – per citarne alcuni. Vasco si confronta con le sue fragilità e ce le butta letteralmente addosso; freme dalla voglia di svelare la sua dimensione “imbarazzatemente” umana, che in fin  dei conti – sia ben chiaro – appartiene a tutti noi, volenti o nolenti – ma tiene alla sua innocenza….almeno come artista. Il disco si presenta come una sorta di diario, in cui ogni canzone è una pagina originata dalla meditazione di una vita sulla vita. Ne esce un racconto agguerrito, grintoso e graffiante, dove ogni parola ha il suo preciso significato e valore, e racchiude disarmanti verità.

Dal punto di vista comunicativo i temi focali sono la provocazione, magistralmente ovattata da una sadica ironia – “Sparatemi ancora!” – rivolta a quanti facilmente si trovano a giudicare senza tuttavia fermarsi un attimo per esaminare le proprie “colpe”, e il cambiamento, visto in tutte le sue sfaccettature e ripercussioni.

Esce forte, acida e corrosiva, la presa di consapevolezza e il “duro incontro” con se stessi, quando al mattino ci si trova a dover fare i conti con una testa “così diversa” da quella della sera prima e da “pensieri così alieni” – “Sono perplesso, o o o ”. Per non parlare dell’effetto devastante della rinuncia collegata al cambiamento: sarebbe facile “cambiare il mondo che c’è” dimenticandosi di rinunciare a qualcosa cui si tiene davvero, senza cioè alcun sacrificio.

Un Vasco un po’ filosofo ci parla – urlando – in modo chiaro e preciso dell’importanza di essere decisi e responsabili, di non lasciarci trascinare dall’inesorabile scorrere degli eventi e di prendere delle posizioni: “Lo vedi o non lo vedi?” “Ci credi o non ci credi?”. Decidi. Il cambiamento porta con sé l’intima realizzazione della vana battaglia contro l’incertezza della vita – “Si vive senza mai sapere come andrà domani”. Vasco intimamente si strugge nella consapevolezza della caducità delle vicende umane, nelle quali l’unica certezza è, appunto, il costante cambiamento. Un volo onirico che si spezza in un cielo soffocato da “Dannate Nuvole”. “Niente dura, niente dura tu lo sai, però non ti ci abitui mai”. E sul finale arriva anche la nostalgia con cui Vasco nuota un po’ malinconico, e in maniera vagamente vintage, tra le onde dei ricordi, degli errori, delle cadute e delle ferite di un tempo che fu e che non può ritornare, accettando ogni singolo passo falso come esperienza di vita.  “Quante volte”. “Quante volte ho pensato è finita. Poi mi risvegliavo il lunedì”.  “Quante cose son passate ormai. Quante cose che non torneranno mai”. “Quante volte sono arrivati i guai. Anche se ero già migliore ormai”.

 

Dal punto di vista musicale stupisce l’alternanza tra sferrate elettriche e mood più malinconici e rilassati e la scelta di suoni decisi e moderni, poco “tradizionali” per il mercato italiano. Melodie delicate e raffinate di chitarre classiche si innestano in pezzi hard rock, potenti e indiavolati, con batterie e chitarre tiratissime capaci di strizzare l’occhio ai più blasonati fenomeni del rock moderno, pur preservando l’identità creativa di Vasco. Fa sorridere, infine, in alcuni brani rivisitati (“Marta piange ancora”), appartenuti ad un tempo ormai lontano e riportati in vita sotto un’altra veste, arricchite dal valore aggiunto dato dal trascorrere – consapevole – del tempo.

Un cd che racchiude e sintetizza il percorso di Vasco verso la maturazione e la sedimentazione delle esperienze di vita anche – e forse soprattutto – associate alla sofferenza fisica e psicologica della malattia. La potenza della musica conferisce vigore alla profondità del testo, nonché una connotazione quasi onomatopeica, riecheggiando il battito del cuore al variare delle emozioni suscitate dalla canzone.


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