Non è un manuale sulla ricerca della felicità. Non è un’autobiografia. Non è una raccolta di racconti. La vita che si ama – Storie di felicità è il nuovo libro di Roberto Vecchioni per Einaudi, pubblicato lo scorso 5 aprile e presentato il giorno seguente alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. È qualcosa in più rispetto a tutto ciò. È una serie di ricordi, quelli più felici, legati a fatti quotidiani o speciali, alcuni anche romanzati. Si rivolge soprattutto ai suoi figli, Francesca, Caterina, Arrigo ed Edoardo, ma anche a tutti coloro che hanno voglia di ascoltare.

Tutto il libro si racchiude tra due figure di donne, le più importanti della sua vita: all’inizio la moglie Daria e alla fine il ricordo della madre Eva. Vecchioni non parla della sua carriera musicale, ma della sua vita, di piccoli e grandi momenti vissuti con la sua famiglia, i suoi studenti, suo padre. “Io la felicità la voglio addosso come una febbre” si legge in copertina. È il suo ennesimo tentativo di spiegare cosa sia la felicità e cosa voglia dire “fregare il tempo”. Non fa ricorso al normale tempo orizzontale cronologico, bensì al più complesso tempo verticale, che combina i ricordi del passato, gli avvenimenti del presente e le immagini di un futuro che si realizza nella mente dell’uomo. L’immaginazione è la chiave di tutto, con cui si può desiderare qualunque cosa. E non importa se non accadrà, perché il risultato dell’immaginazione è già una realtà.

Per quanto riguarda il “fregare il tempo”, concetto ricorrente negli scritti di Vecchioni, egli sostiene che l’uomo sia più forte del destino e che possa prevederlo e batterlo, come gli ha insegnato suo padre. Mentre per la felicità, l’autore la definisce subito: non è la cima di qualcosa, ma una sterminata pianura: non è l’arrivo, ma un percorso; non è quiete ed imperturbabilità, ma una continua conquista; non è gioia e non fa necessariamente star bene, ma c’è sempre nella vita di ogni uomo, che per natura deve essere felice. La tristezza arriva quando l’uomo non riesce a vedere la felicità, che a volte si maschera da dolore per uno scopo più grande, ma deve ricordarsi che questa è sempre accanto a lui.

In questo libro il professore parla di sé con una crudeltà anche esagerata, mette in dubbio il credere in ciò che canta, si scusa con i figli per non aver trasmesso loro nulla di utile. Quando saluta la Casa, la loro casa sul lago di Garda, sostiene di aver insegnato ai suoi figli solo a giocare, sognare ed avere una cultura, di essere stato un fallimento come padre e che sia merito della madre Daria se i quattro sono riusciti a sopravvivere nel mondo. Si presenta come un uomo fragile, insicuro ed incerto, che fugge le proprie responsabilità. La sua è un’irresponsabilità quasi genetica, che deriva dal padre Aldo. Il rapporto tra i due era molto stretto e particolare: Roberto avrebbe fatto qualsiasi cosa per Aldo, che lo metteva continuamente alla prova perché gli dimostrasse il suo amore.

Vecchioni a volte si contraddice volutamente in questo libro, che è slegato da vincoli cronologici. Il riferimento alla cultura, che ha in precedenza considerato inutile, è infatti molto marcato. Vengono citati il frammento 94 di Saffo, le Mille e una notte, la storia di Paolo e Francesca, quella di Orfeo ed Euridice, ma non in maniera erudita bensì emozionale. Egli vede la cultura come un elemento essenziale, perché il senso della vera vita è conoscere il nocciolo di ogni relazione e di ogni pensiero. Sta lì la felicità, nel non accontentarsi dei margini ma andare al centro delle cose, delle emozioni e degli uomini, per comprenderli. Se tutti avessero davvero una cultura e comprendessero il senso che essa dà alla vita, il male e l’ignoranza verrebbero tamponati, se non eliminati. Vecchioni afferma che questo non succederà, “ma noi siamo dei resistenti, non la resistenza coi fucili, ma un’altra resistenza, quella del pensiero, e dobbiamo continuare a farla”.

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