di Sebastiano Pacchiarotti

Non sono molti i nomi di compositori  che hanno lasciato un’impronta tale, nella storia della musica classica, da essere noti alle orecchie di tutti, anche dei non appassionati. A parte alcuni esempi eclatanti come Mozart o Beethoven, diversi musicisti illustri sono accostati, nell’immaginario collettivo, a una sola opera: è questo il caso del Canone di Pachelbel o della Ciarda di Monti, per non parlare del grande Brahms, indissolubilmente legato alla Ninna nanna.

Particolare attenzione, per quanto riguarda questa eventualità, merita il compositore italiano Tomaso Albinoni (1671-1751), una delle menti più brillanti del barocco veneziano. Il nome di Albinoni è naturalmente associato al celeberrimo Adagio in sol minore per archi: un brano reso famoso dalla sua malinconia lacerante, che si trascina per tutta la sua durata in una sofferenza esteticamente bellissima, perfetta colonna sonora per uno stato d’animo in preda allo struggimento.

Quello che non tutti sanno, però, è che in realtà Albinoni non scrisse nessun Adagio; o meglio, l’Adagio non fu scritto da Albinoni così come noi lo conosciamo.

Per scoprire la verità, molto poco conosciuta, sulla peculiare origine di questo brano, dobbiamo spostarci nella Germania nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945, la città di Dresda è teatro di una dei più cruenti episodi del conflitto: tra i molti edifici rasi al suolo dal bombardamento alleato (che verrà ricordato da Kurt Vonnegut) compare anche la Biblioteca di Stato. In mezzo alle macerie molti manoscritti autografi di Albinoni, copie uniche delle sue opere, vengono perduti per sempre.

 

Tredici anni dopo, nel 1958, sarà il musicologo Remo Giazotto, curatore espertissimo del catalogo albinoniano, a recuperare, dai pochi resti delle partiture distrutte, alcuni frammenti di un presunto movimento lento di un concerto. E sarà proprio Giazotto a pubblicare in quell’anno l’Adagio ricostruito, che avrà una fortuna incredibile e si inserirà impropriamente nella storia della musica barocca. In effetti l’opera, per quanto possa essere affidabile il lavoro di Giazotto, risulta molto distante dallo stile di altre opere di Albinoni o di suoi contemporanei, mentre si avvicina molto, nel suo imperante clima di malinconico dolore e nella sua esposizione relativamente piuttosto distesa, alla nostra sensibilità moderna. Dopo la morte di Remo Giazotto nel 1998, molti critici hanno addirittura ritenuto il musicologo l’unico compositore del brano a tutti gli effetti, negando l’ipotesi che il compositore veneziano del Settecento avesse scritto anche solo i frammenti da cui l’Adagio è scaturito.

Albinoni, come abbiamo visto, è uno dei compositori più sfortunati di sempre, non tanto in vita quanto piuttosto molti anni dopo la sua morte: quasi condannato alla damnatio memoriae per la completa distruzione di moltissime sue opere, il suo ricordo si è salvato per miracolo grazie a una composizione che in realtà ha una storia incredibilmente incerta.  L’unica certezza che possiamo avere, in questo giallo storico, è che l’Adagio ha reso, anche se impropriamente, indelebile il nome di un compositore assolutamente degno di nota: uno dei massimi punti di riferimento per Bach; un maestro del concerto solistico, dallo stile raffinatissimo e dalle melodie accattivanti, che, con i suoi concerti per oboe, tra cui l’elegante concerto in re minore, si destreggiò con un estro creativo pari a quello di Vivaldi.

Poco importa, dunque, se in vita ha scritto l’Adagio per archi, o solo una parte, oppure non l’ha scritto per niente; sfruttiamo questa occasione per conoscere un piccolo genio che forse, a causa delle atrocità della guerra moderna, avrebbe rischiato di essere dimenticato per sempre.

 


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