Di Italo Angelo Petrone

Si sentono fin sulla strada le urla acute, senza speranza, di una donna. Sono le urla di una madre che ha perso il figlio di 32 anni, uno dei tanti minatori di Huamachuco.

Nel cimitero c’è agitazione, la polizia è davanti al magazzino dove si depositano i cadaveri prima di trasferirli nelle tombe. Fuori è l’inferno, le donne della famiglia mantengono stretti gli uomini, sanno bene che un pugno ad un poliziotto può non valer l’onore di un figlio ucciso. La polizia non vuole mostrare il corpo. Si dice che il ragazzo sia rimasto vittima di colpi di arma da fuoco, durante uno scontro con i vigilantes della miniera formale che domina El Cerro El Toro. La polizia, invece, parla di caduta, e una misteriosa autopsia fatta in tempi record conferma. Ma non vogliono mostrare il corpo ai famigliari e i testimoni di quella notte dicono il contrario, parlano di armi da fuoco, dicono di aver visto i vigilantes buttare il corpo in una fossa per rompergli il cranio, così da farlo sembrare un incidente fortuito. E’ la macabra morte della verità, sotto il sole delle Ande. I volti dei giovani poliziotti chiamati a guardia della bara mostrano lo sgomento di chi è appena stato arruolato in una istituzione che non fa rispettare le leggi dello stato, ma solo quelle del denaro. Hanno vergogna a difendere la bara, sanno anche loro che è stato tutto inventato, che invece sui monti di Huamachuco vince il più forte e le grandi aziende estrattive hanno squadre armate che non esitano a sparare. Sparano a tutti coloro che si avvicinano, anche se sei un contadino che ha il suo terreno da quelle parti. Dalle parti di El Toro.

E’ morto durante una notte sui monti ai piedi della Cordillera Blanca, sul Cerro El Toro, la montagna sulla quale si trovano molti giacimenti auriferi. Sul monte El Toro sono presenti molte aziende che estraggono oro, una, la più grande, legale, appartiene ai Sanchez-Paredes, famiglia nota in Perù per commercio di oro e narcotraffico. Oltre a loro è pieno di miniere artigianali, piccole ed abusive. Non è raro che queste realtà si scontrino tra loro, per accaparrarsi un nuovo giacimento di oro. E così è stato. Minatori informali hanno toccato una zona che non era di loro competenza, e la grande miniera formale ha vigilantes armati che sono pronti a far fuoco. Han fatto fuoco. Han ucciso. Per l’oro. Si muore.

In città la gente sa già come è andata la storia, sanno già che certi interessi corrompono tutti, medici legali, polizia, addetti del cimitero. L’hanno seppellito senza che la madre gli potesse dare un ultimo bacio, senza che potessero guardare il corpo del figlio. Un abuso di potere che non trova limiti, prepotente e pubblico, tirannico. La polizia non vuole problemi, accontenta i più potenti, asseconda gli sfruttatori.

Siamo a Huamachuco, a 3200 metri, nelle Ande peruviane. Un territorio dove l’assenza di stato fa più rumore del vento e della pioggia. Di giorno e di notte si sentono gli scoppi delle cariche di dinamite che le aziende estrattive usano per perforare il terreno e cercare nuovo oro. Oro Sucio, oro sporco, come lo chiamano in spagnolo. In mezzo a questi traffici di oro ci si trova facilmente anche la cocaina, ci si trovano affaristi occidentali, terroristi e chi più ne ha più ne metta. Triangoli della morte, che in uno stato corrotto come il Perù sguazzano come porci nel fango.

Prima che arrivassero le miniere, circa venti, trenta anni fa, a Huamachuco esisteva “La Minka”, una tradizione che prevedeva solidarietà tra vicini di casa qualora uno doveva costruirsi un piano in più per la casa, trasportare qualcosa da qualche parte, guardare i figli per una mezza giornata, insomma una solidarietà reciproca e naturale che una comunità sana crea.

Poi arrivarono le miniere, e nessuno ebbe più tempo per aiutare gli altri, erano tutti presi a raccogliere più oro possibile.

 

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