di Federico Lucrezi

Milano, 9 marzo 2016. Milena Gabanelli, tra i personaggi più amati e seguiti della televisione italiana, da oltre vent’anni volto di Report, saluta l’aula 208 di giurisprudenza dell’Università Statale.

“È bello essere qui e vedervi quasi numerosi. A volte penso di non essere granché interessante per la vostra generazione”

Quando il reporter si fa detective: il giornalismo d’inchiesta è il titolo dell’incontro. L’occasione per una chiacchierata sul ruolo del giornalista d’inchiesta e le difficoltà del mestiere ma anche una scusa per conoscere un po’ più da vicino quel personaggio del piccolo schermo che si rivela una persona particolarmente piacevole, determinata e brillante.

Se da una parte oggi la TV sembra essere a tratti superata, in favore dell’ascesa del web quale fonte di intrattenimento e informazione – ci tiene a precisare per cominciare – non si può però dimenticare che è ancora in TV che passa ciò di cui il web si nutre e questo non potrà cambiare. Non ancora almeno.

Al giornalista d’inchiesta in particolare il lavoro non mancherà mai. Laddove il sistema si basa sulla raccomandazione, infatti, sarà lo stesso raccomandato a circondarsi di collaboratori inadatti che non avrà la capacità di valutare, andando ad innescare quel fenomeno a cascata che ha portato l’Italia ad essere il paese che è, con tutte quelle criticità che è compito del giornalista d’inchiesta andare a raccontare.

Giornalismo d’inchiesta significa prima di tutto libertà. E in vent’anni di Report un contributo in questo senso sicuramente è stato dato. Se non altro per quelle migliaia di italiani che ogni settimana conoscono qualcosa che, di fatto, prima non sapevano. È un mestiere che da una parte permette di raccontare il paese reale, così com’è veramente, ma dall’altro porta la grande responsabilità di indirizzare inevitabilmente abitudini e sensibilità dei consumatori, nel bene e nel male.

D’altra parte ci sono i rischi del mestiere, inevitabili. Milena Gabanelli racconta di un ragazzo della sua squadra picchiato e della sua telecamera distrutta per aver provato a rivolgere qualche domanda al titolare di un’azienda sospettata di commerciare materiali bellici con un paese sotto embargo. Quest’ultimo, raggiunto dalle telecamere del TG1 qualche giorno dopo, aveva rincarato la dose minacciando di morte la troupe di Report. Minacce e intimidazioni sono all’ordine del giorno per chi fa questo lavoro, ma d’altra parte è comprensibile – spiega la Gabanelli – che la reazione di chi è intenzionato a difendere i propri affari possa essere di quel tipo.

Non sono però questi singoli soggetti a creare i veri problemi. Non è la violenza il principale nemico del giornalista d’assalto, quanto le numerosissime cause legali a cui si va inevitabilmente incontro.

Oggi Report ha circa 60 cause aperte, con richieste di risarcimenti arbitrari, spesso spropositati. Solitamente con la Rai alle spalle queste cause vengono vinte, ma il rallentamento e le ingenti spese legali a cui bisogna far fronte porterebbero un piccolo editore a chiudere in pochissimo tempo.

Quale può essere il futuro del giornalismo d’inchiesta in Italia? Milena Gabanelli non ha dubbi: crescerà sempre di più, anche a discapito di altri generi. Ovviamente questo potrà avvenire anche online dove ci si può muovere con più libertà, anche se – precisa – in vent’anni di Report non c’è mai stata alcuna censura e contrariamente a ciò che si può pensare in Italia la libertà di stampa non è in discussione. Ottimismo giustificato anche dal notevole interesse che oggi si riscontra verso l’inchiesta. Esiste una vasta zona grigia in cui si collocano tutti quelle trasmissioni che propongono reportage mascherati da inchieste, anche se – precisa la Gabanelli – fare inchiesta è ben altra cosa: richiede tempo e risorse ed è un lavoro lungo e delicato. È capitato di avere tra le mani qualche indizio, seguire una pista, trovare una storia e dover capire come le cose stessero realmente prima di decidere se andare in onda e raccontarla. Un lavoro dispendioso in termini di energia e denaro che mal si coniuga con l’esigenza di spettacolarizzazione e di quantità di altre trasmissioni che vorrebbero essere, appunto, d’inchiesta.

In conclusione una battuta: Perché lo faccio? Ho trovato la risposta in un vecchio film con Robert De Niro.

Il palombaro afroamericano Carl Breasher e Billy Sunday, l’addestratore che ha deciso di aiutarlo a riconquistare il brevetto, siedono insieme su una panchina.

“Perché vuole aiutarmi, Sunday?”

De Niro lo guarda negli occhi. Un altro tiro di pipa. La risposta è emblematica.

“Mi piace rompere il cazzo”.


CREDITS

Copertina (Foto dell’autore)