di Sara Ottolenghi

A volte cause, strumenti e effetti degli eventi sono difficili da distinguere. Ciò accade, ad esempio, per le guerre. I recenti fatti che coinvolgono il mondo islamico hanno riportato in voga su molte testate il concetto di “guerra di religione”, per questi scontri dal movente apparentemente teologico. Quando un culto è particolarmente sentito da una popolazione può essere facilmente usato come una spinta per cercare consenso e legittimare azioni di carattere, tuttavia, più politico.

Abbiamo avuto esempi di questo fenomeno anche all’interno del cristianesimo europeo: si ricorda il recente e secolare conflitto fra Unionisti (anglicani) e Nazionalisti (cattolici) per l’Irlanda del Nord: un intreccio sanguinoso di appartenenze religiose e interessi politici, combattuto anche per mezzo di atti terroristici che hanno coinvolto anche turisti provenienti da altri Paesi. Un esempio è la bomba messa dai combattenti dell’IRA nel centro commerciale di Omagh nel 1995 ha ucciso 28 persone.

Anche l’idea di califfato si basa oltre che sul contenuto del Corano, che si vanta di seguire alla lettera seppure selettivamente, su tradizioni di carattere più terreno. La figura del califfo, infatti non è prevista dal testo sacro, ma è stata stabilita dopo la morte di Maometto nel 632, quando si era reso necessario stabilire una successione per il profeta. “Calipha”, nel significato di vicario era stato usato nella Sura II, versetto 30, solo per indicare l’essere umano in generale, creato da Allah, in un dialogo fra Lui e gli angeli.

Prima di Al-Baghdadi, si sono succeduti con questo titolo diversi sovrani, in territori che hanno variato i confini moltissime volte. Essi sono giunti persino a comprendere, fra il 661 e il 775 (califfato Omayyade), territori che vanno dalla Spagna (dove le altre religioni ricevettero un trattamento più tollerante rispetto alla precedente dominazione cattolica) al Pakistan. Tuttavia l’ultimo ad aver posseduto questo titolo regnando su confini ben stabiliti fu, dal 1922 al 1924, l’ultimo sovrano dell’impero ottomano, Abdul Mejid II.

Secoli di storia ci ricordano infatti che quello attuale non è certo il primo caso di scontro aperto fra un califfato (allora effettivamente riconosciuto) e mondo occidentale. Si ricordano le Crociate, le guerre sante per eccellenza, che nella prima metà del Medioevo (XI-XIII secolo) furono anche un importante mezzo usato da nobili e regnanti per raccogliere consensi da una popolazione molto credente. Già allora, concentrare i malumori su un nemico a quell’epoca lontano e invisibile, ma ad occhi ingenui altrettanto pericoloso perché diverso, era un’ottima strategia per distrarre i sudditi dalla povertà in cui vivevano. Tasse salate parevano allora legittimabili se spese in scudi e spade da mandare per una credenza tanto forte.

Per l’Islam, nato nel VII secolo, siamo ora nell’anno 1437, non molto diverso come numero dall’epoca cristiana in cui persecuzioni dei culti altrui da parte della Chiesa erano all’ordine del giorno: sembra quasi che questo desiderio di prevalenza faccia parte della storia naturale di entrambe le religioni. Le cause, tuttavia, non possono risiedere solo nei libri sacri, che hanno tanti punti in comune, quanto in interessi di tipo anche economico. Le culture possono essere condivise con più facilità rispetto ai beni materiali.

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