Sono ormai alcuni anni che da appassionato ascoltatore, nonché musicista  -o così si fa per dire-, mi continuo ad imbattere nella parola Indie. Un termine bizzarro, quanto estremamente affascinante per la storia e le accezioni che nel tempo ha assunto, ma che  -purtroppo- non molti conoscono e che, di conseguenza, usano a sproposito.

Cerchiamo di fare ordine.

Innanzitutto un po’ di storia per inquadrare il fenomeno. Prima dell’esplosione del Rock’n Roll attorno agli anni Cinquanta, la musica era un’esclusiva delle case discografiche più importanti; le cosiddette Major, che avevano un monopolio pressoché assoluto del mercato discografico. Queste etichette si arricchirono in fretta  grazie a veri portenti come Elvis Presley trascurando, tuttavia l’innovazione e bocciando –talvolta- degli artisti che invece avevano tutto per sfondare.

Un nome: The Beatles.

Il concetto di Indie nasce proprio in questo periodo, attorno agli anni Sessanta, anche se andrà a  consolidarsi più in là.

Le piccole etichette credettero nella musica rivoluzionaria dei  The Beatles e dei The Rolling Stones, quando questi non erano che dei ragazzini anticonformisti che cantavano in modo totalmente diverso da quanto si era sentito fino ad allora. Le etichette indipendenti diedero loro la possibilità di farsi ascoltare dalle masse attirando l’interesse delle Major.

Questo è, in sintesi, il meccanismo che governa l’industria discografica da cinquanta anni a questa parte.

Le case indipendenti sono, tendenzialmente, distanti dalle multinazionali e dai grossi finanziamenti, come dalle grosse produzioni. Per la maggior parte possono essere ricondotte a delle aziende famigliari, create da amici e totalmente autofinanziate e, per questo, sempre soggette a budget ristretti e continuamente costrette alla ricerca di potenziali talenti da inserire nella loro scuderia.

Dopo gli anni Sessanta le etichette indipendenti tornarono a farsi da parte per esplodere poi nuovamente tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta negli USA, soprattutto grazie alle radio universitarie. Nacquero così delle etichette importanti come la celeberrima SubPop Records di Seattle. Per intenderci: quella che lanciò band come Nirvana, Melvins e Mudhoney e si fece importante l’ascesa di gruppi totalmente indipendenti come Hüsker Dü, R.E.M., Descendents, Black Flag e, praticamente, qualsiasi gruppo che cercasse di finanziarsi, stampare i dischi, vendere merchandise, organizzare i concerti senza l’ausilio di alcuna agenzia di booking, management e via discorrendo.

Tutto autonomamente.

Come abbiamo potuto notare queste band sono accumunate dall’ideologia DIY, ovvero del Do It Yourself ( n.d.r. Fattelo da solo), ma sono assolutamente distanti dal punto di vista musicale. Tuttavia da qualche anno a questa parte si è diffusa la tendenza ad utilizzare il termine indie per indicare un genere.

La questione sembra alquanto bizzarra e poco utile in quanto si vengono a creare degli accostamenti improbabili. Da quanto si sente in giro possono essere definite “indie” praticamente tutte le band inglesi che si rifacciano al suono dei R.E.M., del britpop anni Novanta oppure, più recentemente, che abbiano delle sonorità simili ai The Strokes. E’ parecchio strano e anche ingiusto  -sotto un certo punto di vista- bollare come copia degli Strokes un gruppo che ha saputo evolversi musicalmente come gli Arctic Monkeys.

In Italia, dove le radio sono monopolizzate da Vasco Rossi, Ligabue e da qualche prodotto costruito a tavolino dai Talent Show, qualsiasi artista che si contrapponga al dominio imperante sia a livello di tematiche, che a livello di sonorità viene subito bollato come “indie”.

Per la critica Ministri, Verdena, Marlene Kuntz, Baustelle, Il Teatro degli Orrori, The Zen Circus  e via discorrendo sono definiti gruppi indie; e non importa se questo fantomatico genere non abbia delle caratteristiche ben definite e se alcune di queste band siano sotto contratto con la Universal da anni. Il tutto diventa ancora più straniante e triste quando pure dei cantautori vengono accostati a questo aggettivo: Appino, Brondi  e, tanto per non farci mancare nulla anche il compianto Elliott Smith e Frank Turner.

Ora come ora tutto ciò che è alternativo e che propone un prodotto musicale che va a contrastare con il cosiddetto mainstream è indie; un po’ quello che succedeva negli anni Novanta con il termine alternative, un altro aggettivo che dice tutto, ma che  -purtroppo-, non significa assolutamente nulla e che, anzi, distoglie l’attenzione da ciò che è effettivamente importante: la musica.

Intere discussioni a decidere se quello è punk, oppure post-hardcore; magari con influenze progressive oppure ambient, ma senza capire che cosa effettivamente ci stiano dicendo quegli artisti con la loro musica che, puntualmente, viene messa in secondo piano decidere a tavolino cosa sia cosa.

Il tutto senza arrivare ad una conclusione.

 


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