di Diego Maroni

 

Nella notte tra il 28 e il 29 febbraio, si sono tenute le premiazioni per l’88esima edizione degli Oscar. La risonanza globale di questo evento è stata arricchita da un ingrediente che ha reso l’edizione 2016 molto più particolare di tutte quelle degli ultimi anni.

Si tratta della campagna #OscarsSoWhite, promossa in primo luogo dal regista afroamericano Spike Lee (La 25esima Ora, He Got Game, Malcom X), da sempre molto sensibile alla questione della condizione dei neri negli Stati Uniti, e da Will Smith. La campagna è nata con l’intento di boicottare la cerimonia, accusata di favorire gli attori bianchi e penalizzare neri, ispanici e asiatici. Secondo Lee, infatti, è vergognoso che da ben due anni non siano state nominate persone di colore nelle categorie più importanti (l’ultimo premio era stato quello come miglior attrice non protagonista alla keniota Lupita Nyong’o per la sua interpretazione in 12 Anni Schiavo, due anni fa).

Le espressioni della campagna sono state molto diverse fra loro: qualcuno ha lamentato che i membri dell’Academy, e gli americani in generale, vedrebbero ancora i bianchi come categoria privilegiata; altri hanno proposto invece di suddividere le categorie premiate per etnia. Il dibattito ha suscitato varie reazioni.

Il discorso introduttivo di Chris Rock non rimane indifferente a tali dinamiche: egli sembra dichiarare implicitamente di voler fare dell’argomento discriminazione il filo rosso della trasmissione. Si concentra inizialmente sull’infantilità delle dichiarazioni di molti riguardo il presunto razzismo della giuria («Negli anni ’60 avevamo cose più serie per le quali protestare»), spiegando che la recitazione è un’attività intellettuale oltre che fisica e dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano invece che dividerli. Quindi, piuttosto che creare una categoria per gli attori e per le attrici di colore, avrebbe più senso unificare le due esistenti sotto un’unica categoria di miglior attore, dato che una performance attoriale «non è come una corsa campestre».

Ma il discorso non si esaurisce a questo punto. Attraverso le sue parole, Chris Rock dimostra di non essere solo un burattino che si limita a difendere il proprio datore di lavoro. In altri termini, egli non ignora le critiche e il rancore sottostanti alle parole di Lee: Hollywood è un mondo fortemente segnato dalle differenze di razza, e Rock non esita né a chiamare gli oscar dei White People’s Choice Awards né a ricordare che per ben 70 edizioni, prima di questa 88esima, nelle nomination non sono figurati attori neri e nemmeno a proporre, oltre alla consueta sezione In Memoriam dei grandi del cinema scomparsi nell’ultimo anno, anche una sezione analoga per i ragazzi di colore uccisi dalla polizia mentre andavano al cinema. Sempre battute, certo, ma con un fondo di amarezza non indifferente.

Quindi, il discorso di Chris Rock, solitamente visto come una formalità di livello mediocre, entra di diritto tra i momenti più belli di queste tre ore e mezza di trasmissione. Ugualmente, non sono da dimenticare le parole dei premiati Iñárritu e DiCaprio, rispettivamente incentrate sull’uguaglianza tra le varie etnie del Nord America e sull’emergenza ambientale.

In conclusione, gli Oscar di quest’anno hanno indossato con successo le vesti di veicolo per messaggi di un certo spessore.