di Simone Apicella

C’è chi dice che non sia possibile la traduzione della poesia: suono e significato si perdono irrimediabilmente nella trasposizione da una lingua ad un’altra, tanto più quanto è grande la distanza storico-linguistica che separa le parlate. Altri invece, più possibilisti, sostengono che sì, il risultato finale non sarà probabilmente lo stesso, ma l’importante è che si possa conoscere il contenuto dei versi. Il problema appare parecchio complicato; salvare il metro spesso va a discapito del significato, e viceversa; sono rarissimi i casi di traduzione completamente felici. Nella prosa lo scarto è minimo, ma quando si tratta di poesia non rimane che affidarsi alla competenza di chi ha mediato tra il testo e il lettore allofono. E se fosse un altro poeta?

Non sono rari i casi in cui il traduttore è esso stesso un poeta. La particolare sensibilità con cui un altro scrittore si approccia alla traduzione gli permette spesso di restituire una traduzione più aderente, più attenta a particolari richiami fonici, insistenze semantiche. Si tratta perciò di una riproduzione d’autore, in cui è possibile anche ritrovare tracce evidenti dell’avvenuta mediazione poetica nei tratti personali del traduttore-poeta, ad esempio nell’uso di certe parole e di certi espedienti stilistici. Il Novecento italiano conosce da questo punto di vista traduttori illustri: Ungaretti, Pavese e Vittorini, Montale, Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, e tutti si occuparono – anche – della traduzione dalla lingua inglese.

Montale iniziò a tradurre per necessità, per sbarcare il lunario; fu traduttore di Shakespeare, di Eliot, di Emily Dickinson. Secondo il poeta ligure, il rapporto di uno scrittore con le opere che traduce non è passivo: nelle migliori versioni mette qualcosa di suo. Quanto più il traduttore riesce ad assimilare il testo originale alla sua lingua e al suo mondo culturale, tanto maggiore sarà il suo contributo interpretativo. Montale era estremamente rispettoso in questo lavoro di interpretazione, e quando si trovava a dover scegliere tra conservare il metro o il contenuto, la decisione faceva capo esclusivamente al tipo di testo che si trovava a maneggiare: nei sonetti di Shakespeare privilegiò il metro, nelle poesie di Eliot il contenuto. Interpretare quindi è anche selezionare cosa fare passare, e cosa no.

Sereni tradusse molto dal francese e dall’inglese, in particolare dell’americano William Carlos Williams. Nella sua attività di traduttore si intrecciavano esigenze personali e professionali, come direttore letterario di Mondadori. Con le traduzioni Sereni operò un lavoro di ricerca poetica che riguardava prima di tutto sè stesso: esplorava nuovi modelli di scrittura, diversi dalla poetica realista e successivamente neoavanguardista che dominanavano in italia e a cui il poeta di Luino si tenne a debita distanza. Dall’altro lato, l’esigenza come editore di far conoscere al pubblico italiano quelle nuove forme di poesia, di autori sconosciuti al grande pubblico. Il Sereni editore raccomandava di privilegiare traduzioni che rendessero accessibile il testo straniero, accompagnate da un corredo paratestuale ben articolato – necessario affinchè il lettore potesse apprezzare da neofita l’opera tradotta e comprendere le ragioni culturali dell’autore.

Giudici fu un traduttore prolifico: si occupò di Eliot, Robert Frost, Wallace Stevens, Richard Wilbur. Tutti autori americani, il che dimostra il suo particolare attaccamento verso quella letteratura. Secondo Giudici, il discorso sull’opportunità di tradurre un testo ruota attorno a due concetti fondamentali: innanzitutto, tra la poesia originaria e il testo tradotto deve esserci una distanza ineludibile, perchè tra di essi si instauri un rapporto dialettico, un mutuo dialogo; la prima distanza è quella linguistica, e l’inglese si colloca rispetto all’italiano nella posizione giusta. In secondo luogo, deve esserci affinità tra il poeta e il suo traduttore. Insomma, l’importanza è nel rapporto che lega un testo con la sua traduzione. Tradurre significa compiere una scelta possibile, che, secondo Giudici, “può approdare anche a risultati apprezzabili: a qualcosa o a parecchio di meno (quasi sempre), a qualcosa di meglio (quasi mai), aqualcosa di diverso (comunque)”.

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