di Lucrezia Benedetti

Impossibile immaginare una storia ambientata nella Francia della belle époque che ha come protagonista una giovane ed affascinante cameriera, orfana, senza un soldo, vittima di violenze da parte dei propri padroni e non pensare alla Justine di cui il marchese De Sade ci parlava già alla fine del ‘700. Eppure questa storia è stata scritta dal francese Octave Mirbeau, agli inizi del ‘900 e porta il nome di “Le Journal d’une femme de chambre”; titolo anche di una delle versioni cinematografiche che questo romanzo ha ispirato. “Il diario di una cameriera” è l’ultima opera del regista Benoît Jacquot che come altri prima di lui, Renoir e Buñuel, non ha saputo resistere alla tentazione di raccontare le perversioni della classe borghese di un tempo, impeccabile e profumata all’apparenza, ma dall’animo marcio e dalla mente perversa. La storia non ha una vera e propria trama portante: sesso, dialoghi semplici e una successione piuttosto casuale delle immagini affiancata da flashback incomprensibili, il tutto montato in modo piuttosto raffazzonato. Come se fosse una puntata centrale di qualche serie d’altri tempi dove si vuol vedere solo crinolina e pepe, questo film inizia e finisce lasciandoci spaesati, senza qualcosa da poter raccontare. La sceneggiatura ed i dialoghi non fanno da condimento e la pellicola come i personaggi sono sciapi, non sono bene delineati e quei pochi tratti distintivi sono a dir poco ridicoli, quasi caricaturali. La colpa non è certo della protagonista interpretata da  Lea Seydoux, che ha saputo dare un’ ottima anima a Celestine che però, non sembra affatto una narratrice, ma nemmeno una protagonista, piuttosto una vittima della sorte che, rassegnata, asseconda. Sembra trovarsi per caso in ogni situazione ed alcune sequenze sembrano procedere per inerzia. Alcuni episodi costituiscono blocchi chiusi e non c’è una concatenazione logica in grado di farci costruire una sequenza cronologica della vita della giovane, a noi è dato solamente guardare le immagini e capire o intuire il resto.

Per fortuna la storia non richiede molta concentrazione e nemmeno troppa immaginazione, perché riprende un tema centrale e caro a molti artisti francesi che trovavano la società del loro tempo nauseabonda, soprattutto per quanto riguarda i ricchi che si fan chiamare signori, ma che han ben poco di rispettabile. La nostra protagonista è affiancata da un giardiniere burbero, una cuoca paffuta e bonaria, una padrona di casa acida il cui consorte è dedito al tradimento e allo stupro  della servitù o di minorenni del paese. Queste figure, più altre esterne di poco spessore, interagiscono con lei nel modo più prevedibile possibile, non creando nessun colpo di scena o aspettativa nello spettatore. Il padrone di casa proverà a farle violenza, ma lei come la nostra Justine, che ha anche appreso insegnamenti dalla sorella maggiore Juliet, si rifiuterà  continuando a condurre una vita apparentemente piatta all’interno della casa di provincia dividendosi tra la faccende domestiche e l’immancabile gossip domenicale dopo la messa.

Una nota di merito a quest’opera va però per gli abiti e la fotografia. Sarà per il fascino di determinati periodi storici con i loro costumi, il vecchio bon ton, ma certe somigliano ad un quadro in movimento. Pare che Jacquot abbia colto solo questo aspetto dall’opera dello scrittore Mirbeau, che nella sua vita ha vissuto per l’arte e con l’ arte. Ad ogni modo, nonostante il suo inizio carriera, al fianco al genio di Marguerite Duras, il regista non riesce a rendere questo film nulla di più di una semplice pellicola cinematografica, si perde nella stessa narrazione e come un cane che si morde la coda non riesce a raggiungere il suo scopo: raccontarci qualcosa. L’allievo non supera il maestro e nonostante il tempo la versione precedente di Buñuel rimane indubbiamente la trasposizione migliore e degna di riconoscimenti.


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