Quentin Tarantino è uno di quei registi che, nell’arco degli ultimi 25 anni, ha saputo sfornare capolavori indiscussi del cinema contemporaneo, come Le Iene, Pulp Fiction, Bastardi Senza Gloria e il meno decantato ma, di notevole spessore Jackie Brown.

Quello che accomuna questi film, andando a definire la poetica del regista di Knoxville, è la sua passione al limite del maniacale per il cinema in ogni suo aspetto e la sceneggiatura. Tarantino è un ottimo sceneggiatore. Un uomo in grado di creare   -o impastare a suo piacimento, come da prassi nel filone pulp, – storie intriganti e personaggi terribilmente accattivanti, basti pensare ai due gangster Vincent Vega e Jules Winnfield, interpretati da John Travolta e Samuel L. Jackson, in Pulp Fiction, o al colonnello nazista Hans Landa -magistralmente interpretato da Christoph Waltz– in Bastardi Senza Gloria.

Nel suo ultimo film The Hateful Eight, appena uscito in sala anche in formato 70mm, la sceneggiatura incide in modo notevolmente minore rispetto ai suoi lavori precedenti, tuttavia questa mancanza lascia spazio a Tarantino per creare un film potente e coerente con i suoi standard.

La storia alla base del film è semplice.

Una diligenza, sulla quale viaggiano il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la condannata a morte Daisy Domergue (Jennifer Jason-Leigh), attraversa il Wyoming innevato post-Guerra Civile per raggiungere la cittadina di Red Rock. Durante il tragitto i due viaggiatori incappano nel cacciatore di taglie dal passato misterioso Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e nel nuovo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix (Walton Goggins). I quattro giungono alla locanda di Minnie per passare la notte evitando  -così- la bufera di neve che li insegue. Nella locanda, tuttavia, non trovano la proprietaria ma altri quattro viaggiatori il messicano Bob (Demiàn Bichir), il boia di Red Rock Oswaldo Mobray (Tim Roth), il confederato Sanford Smithers (Bruce Dern) e il mandriano Joe Gage (Michael Madsen). Ognuno dei personaggi ha qualcosa da nascondere e qualche ostilità malcelata nei confronti degli altri avventori.

Come detto la storia in sè non è nè articolata, nè terribilmente avvicente come nelle altre pellicole del regista; i personaggi creati non sono per nulla simpatici o magnetici, tranne -forse- il maggiore Marquis Warren. Tuttavia il film dimostra di avere delle basi solide, coerenti con la poetica tarantiniana, nonostante si discosti parecchio dalla produzione tipica del regista.

Tarantino infatti ritorna, dopo Django Unchained, al genere western ma, sotto ammissione dello stesso creatore, di western possiede solamente la cornice iniziale. E’ infatti un atipico, pieno di citazioni ai grandi maestri come Leone  -a partire, sicuramente, dalla colonna sonora di Morricone-, ma anche intriso della suspense hitcockiana  e a continui riferimenti a Nodo alla Gola, capolavoro del regista inglese. Come si evince dal fatto che la vicenda si articoli all’interno della stessa stanza.

Come detto è un film che rimane coerente alla poetica di Tarantino nonostante sia diverso dagli standard del regista. Se, come detto, i dialoghi non sono incisivi; questa volta la fa da padrone l’immagine. Tarantino ha dimostrato con questo film di essere un Regista. La macchina da presa viene mossa con maestria e senza passaggi a vuoto, soprattutto all’interno dell’emporio di Minnie, dove le inquadrature diventano ansiogene come preludio all’imminente catastrofe, preannnunciata anche dalla magnifica colonna sonora del Maestro.

In generale, non IL film che vi farà innamorare di Quentin Tarantino, ma un ottimo prodotto che si colloca perfettamente all’interno della poetica del regista, facendo della coerenza il suo marchio di fabbrica. Magari anche un passo avanti per i prossimi lavori del regista che ha annunciato di volersi ritirare dalla regia dopo aver completato il decimo film.


 

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