di Dario Zaramella

I sogni sono, per un narratore, quello che un Jolly è per il giocatore di carte. Quanti film, serie o romanzi suppliscono a evidenti buchi di trama con un finale che, trasportando tutta l’azione precedente nel rarefatto mondo dei sogni, rende giustificabile anche l’ingiustificabile? Il sogno è, a conti fatti, un espediente narrativo spinoso e seducente, e il mare della narrativa è pieno dei relitti di chi si è lasciato sedurre dal suo canto fino all’inevitabile naufragio.

Non tutti, però, soccombono a questa prova. Chi sopravvive si guadagna spesso una certa fortuna: basti pensare a Lovecraft, che, dopo aver immerso la sua immaginazione in incubi più antichi delle stelle, ha riversato tra le sue pagine gli archetipi fondanti dell’horror e della fantascienza moderne. Per non parlare poi di Carroll, Shakespeare, o dello stesso Freud.

Ma se c’è un medium che più di tutti gli altri può riprodurre la natura cangiante dei sogni, quello è sicuramente il cinema. Una delle ultime e più celebri pellicole a riguardo è sicuramente Inception, film del 2010 diretto da Cristopher Nolan. Gli elementi per un blockbuster in chiave onirica ci sono tutti: trama contorta e apparentemente incomprensibile? Check. Personaggi che spuntano a caso? Check. A ben vedere, però, Inception è “solo” un ottimo film d’azione che di onirico ha solo il profumo, visto che, alla fine, tutto si riduce a esplosioni e uno spara-spara generale.

Per trovare una delle vette massime che il cinema ha raggiunto in materia di sogni bisogna spostarsi a Tokyo, Giappone. Satoshi Kon, scomparso nel 2010, è, assieme al ben più noto Hayao Miyazaki, il pilastro del cinema d’animazione del Sol Levante. I suoi film scavano a fondo nei labirinti della psiche umana, cartografando incubi e ossessioni per poi restituirceli in tutta la loro polimorfa complessità. Amore e morte, speranza e distruzione sono le pulsioni fondamentali che percorrono i suoi thriller, veri e propri mosaici allucinati in cui suoni, colori e personaggi si allacciano e si fondono come materia viva.

Paprika (2006), il suo ultimo lungometraggio, porta la sperimentazione del regista a un livello ulteriore, grazie all’invenzione di un congegno – la DC mini – che permette ai personaggi di intrufolarsi nei sogni dei pazienti. Il sogno utopico del suo inventore, convinto che un simile oggetto possa rivoluzionare la psicoterapia, crolla quando un ladro ruba la DC mini e minaccia di annullare il confine tra sogno e realtà, mentre tocca a Paprika cercare di salvare il mondo dal collasso.

Ciò che rende Paprika un capolavoro del genere, nonché uno dei migliori film d’animazione mai diretti, sta nel montaggio particolarissimo di cui si compone, vero marchio di fabbrica della poetica di Kon. Esso imita il modo in cui la nostra mente elabora sogni e ricordi: non una successione lineare di punti, bensì una linea spezzata, confusionaria, zeppa di incongruenze e avvitamenti temporali. In sogno un ombrello può trasformarsi in una palma per semplice associazione di idee; una comunissima porta di legno può aprirsi su un oceano di foglie, e poi nel bel mezzo di un set cinematografico: è su questo, basilare principio, al tempo stesso psicologico e registico, che Kon edifica il suo regno dell’inconscio.

Quel calderone ribollente che è l’inconscio (o Id, per dirla come il buon Sigmund), ridotto in Inception a quattro palazzi diroccati e una moglie ubiqua, ha in Paprika una delle rappresentazioni più efficaci e sconvolgenti. Il disegno vibra di vita propria, e il velo tra realtà e sogno, via via più labile, viene spazzato via da una massa pulsante di carne, suoni e colori impazziti. Anche il linguaggio si fa metonimico – è folle, delirante, sconclusionato – e completa il più bell’affresco che un regista potesse fare della complessa materia onirica.

Insomma, tra tanti che si sono cimentati nella prova, uno dei pochi a saper padroneggiare non solo l’estetica, ma anche il linguaggio intrinseco dei sogni è Satoshi Kon, ultimo e più brillante epigono di maestri dell’irrazionale come Gilliam e Lynch. Nei suoi film, proprio come quando dormiamo, basta sbattere le palpebre per ritrovarsi nudi e confusi in un mondo di cui non comprendiamo le regole.

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