Di Andrea Ancarani

È sempre molto semplice, quando si verificano sconvolgimenti e catastrofi, guardare con occhi diversi il passato e rilevare segnali e sintomi premonitori nel presente fino ad arrivare alla classica formula che tutto perdona e nulla risolve del “te l’avevo detto!”.

A questo proposito un articolo sul “Time” della scorsa settimana (“Made in China: The Next Global Recession” di Rana Foroohar) rivalutava i sintomi avvertiti da economisti e giornalisti nei mesi passati di quello che potrebbe rivelarsi come l’ennesimo sgambetto ad un’economia mondiale già è in affanno e che sembra non voler lasciare i blocchi di partenza.

Iniziando dall’analisi dei dati borsistici sicuramente non rassicuranti della prima settimana dell’anno, la giornalista americana ricostruisce le cause strutturali della crisi cinese individuandole principalmente in un debito sconsiderato e in una teoria delle recessioni che vede questi eventi come un qualcosa di ciclico, stabile e quindi prevedibile. Purtroppo vi sono più concause che hanno concorso alla situazione attuale ed è semplicistico spiegare la crisi della seconda economia del mondo con una teoria molto simile a quella Vichiana dei corsi e ricorsi storici per cui la storia tende a ripetersi in un circolo vizioso.

Il debito certamente ha giocato un ruolo fondamentale in questo scenario, lo stesso “The Economist” in un articolo di aprile dell’anno scorso denunciava la città fantasma Zhengzhou: un intero distretto industriale nel Nord Est della Cina svuotato dai propri abitanti perché trasferitesi in un altro complesso costruito ex novo. Il successo del nuovo distretto era infatti la punta dell’iceberg degli sconsiderati sovrainvestimenti cinesi che, sotto la forma di architetture moderne e sfolgoranti, nascondono il timore di non riuscire a pagare con un tasso di crescita uguale o superiore a quello attuale gli importanti investimenti fatti in infrastrutture e nel settore immobiliare. Infatti il rapporto debito Pil si attesta ormai a circa il 250% del Pil e le prospettive globali di crescita non sono rassicuranti.

A questo problema vi si aggiunge il livello dei salari che, seppur in crescita (ad oggi si attestano a circa 8,446 euro), non puo’ in alcun modo essere giustificato dall’aumento dei profitti industriali a meno di non essere fatto rientrare nelle dinamiche proprie di un regime qual è la Cina. Il vantaggio competitivo dei bassi salari inoltre non sembra più essere sufficiente a garantire crescita e sviluppo alla nazione dato l’affacciarsi di nuovi competitori sul mercato globale, come il Vietnam o la Thailandia, che, con costi ancora minori attraggono le società europee e americane.
Inoltre bisogna rilevare come la stagnazione dei consumi nel resto del mondo certamente non giovi ad un’economia che fa dell’esportazione la propria arma vincente e, anzi, faccia sentire ancora di più il peso del debito causando effetti recessivi e drenando risorse dall’economia reale.

A tutto questo bisogna aggiungere un utilizzo delle politiche economiche, specialmente monetarie, da parte della banca centrale del tutto non convenzionale e dai dubbi effetti a lungo termine, votate al solo scopo di sorreggere i mercati e mantenere quindi l’asse della finanza totalmente sganciata dallo stato reale delle cose, aggravando, così, possibili aggiustamenti.

Nel mondo moderno, dalle economie fortemente interdipendenti, una recessione in Cina aggraverebbe un panorama già non emozionante, ma tuttavia, come affermava l’analista del The Economist, era inevitabile, tutto sta nel vedere quanto grave e brusca sarà la discesa.