Epigrafe

E un mercante chiese. “Parlaci del commercio”.

Ed egli rispose dicendo:

La terra vi concede il suo frutto e basterà, se voi

saprete riempirvene le mani.

Scambiandovi i doni della terra,

vi sazierete di ricchezze rivelate.

Ma se lo scambio non avverrà in amore e in benefica giustizia,

farà gli uni avidi e gli altri affamati.

Quando voi, lavoratori del mare, dei campi e delle vigne,

incontrerete sulle piazze del mercato i tessitori, i vasai e gli speziali,

invocate che lo Spirito supremo della terra discenda su di voi

per consacrare le bilance e il calcolo sicché valore corrisponda a valore.

E se colà verranno i danzatori e i cantanti

e i suonatori di flauto, comprate pure i loro doni,

poiché anch’essi raccolgono incenso e frutta

e recano all’anima vostra cibo e ornamento,

quantunque lo facciano in sogno.

E prima di lasciare la piazza del mercato,

badate che nessuno sia andato via a mani vuote.

Poiché lo Spirito supremo della terra non dormirà pacifico nel vento

finché il bisogno dell’ultimo fra voi non sia saziato”.

Khalil Gibran (Bsharre, 6 gennaio 1883 – New York, 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese.

 

Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; fu tra i fondatori dell’Associazione della Penna, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati negli Stati Uniti, oltre che promotore di un’integrazione a livello anche letterario della sua civiltà d’origine, orientale, con la civiltà di cui si sentiva cittadino e di cui fece parte, la civiltà occidentale. In questa poesia Gibran rappresenta l’equità proprio riprendendo il concetto occidentale aristotelico dell’equo: “L’equo è sì giusto, ma non è il giusto secondo la legge, bensì un correttivo del giusto legale. Perciò l’equo è giusto, anzi migliore di un certo tipo di giusto,non del giusto in senso assoluto, bensì del giusto che è approssimativo per il fatto di essere universale”, l’uomo equo è chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge” (Etica, Aristotele).

Rifacendosi alle tradizioni del suo popolo, alle consuetudini arcaiche orientali, pone come punto centrale di questo equo lo “Spirito supremo della terra”, lo stesso per il quale ancora oggi i popoli africani si oppongono allo sfruttamento eccessivo e sistematico delle risorse del loro territorio in quanto patrimonio della loro civiltà, di antenati e successori. L’equità di Gibran è quindi quella stabilità dallo spirito supremo, non una eguaglianza giuridica, ma un’eguaglianza umana, spirituale: le bilance e il calcolo, elementi scientifici e perfetti, dovranno corrispondere ad un valore non matematicamente misurabile. Questo valore è indipendendente da categorie, è di lavoratori di mare e campi come di vasai, tessitori, come dei danzatori, dei cantanti e dei suonatori di flauto poiché occupano nella dimensione del sogno la stessa importanza che gli altri hanno nella dimensione materiale. Nessuno deve andare via a mani vuote, perchè lo Spirito non sarà pacifico fino a che tutti non saranno saziati secondo il principio di equità.

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