È una sera piovosa;sto per incontrare con un amico che è a Milano per il weekend. Suona il telefono: “Ti va da di raggiungermi da Carlo e Camilla? Sono con un’amica che vorrei presentarti. Magari, già che ci siamo, potremmo cenare qui tutti assieme.” “Vacci piano, non conosco Carlo e Camilla, mi sentirei a disagio a cenare a casa loro al primo incontro…” “Cos’hai capito, è il ristorante di Carlo Cracco, quello di Masterchef!”. È capitato per caso, non sono una cultrice culinaria, ma riconosco che è stata un’esperienza degna di nota.

Il gastro-bistrot in questione è in Via Meda;scesa dalla 90 mi guardo intorno cercando un’insegna vistosa, un locale dall’ aspetto elegante. Ad un tratto il mio amico spunta da un portone in legno che da sul retro di una specie di magazzino: sembra di essere al salone del mobile, se non fosse per il buio e l’umidità. Sono infreddolita e non vedo l’ora di entrare, quindi non mi soffermo ad osservare l’esterno.

All’ingresso ci accolgono i camerieri, a destra il guardaroba e di fronte la finestra sulla cucina dalla quale si vede uno scorcio di comande appese al muro. Immediatamente dietro c’è un salone spazioso, con il soffitto alto che gli dona un aspetto aristocratico, smorzato dai muri grezzi e scrostati, evidente opera dello stesso designer che ha sparso lampadari di cristallo e cornici strampalate. Ciò che mi salta all’occhio, tra tutto, sono le porcellane bianche di piatti e brocche elegantemente esposte su mensole scure. Sono pochi pezzi a molta distanza tra loro, come se ognuno di loro dicesse “Sono un idolo, adoratemi”. Lo sfarzo si sposa con non-chalance al grezzo che sprigiona l’edificio industriale, ex-segheria dei nonni dell’art director e socia del ristorante Tanja Solci. Probabilmente era ispirata dall’idea di mensa dell’officina quando ha deciso di scegliere delle tavolate uniche per il ristorante, con qualche tavolo distaccato per i clienti più timidi.

Seguo il mio amico verso una sala con tavolini e sedie più piccole. Lì si consumano i drink e l’aperitivo, che vengono dal bar gestito da Filippo Sisti, che usa una tecnica di miscelazione che si chiama cucina liquida. Quelli che stanno bevendo i miei compagni hanno un aspetto intrigante: uno è una palla che cola cioccolato e dal quale spicca una piuma di pavone, l’altro è un tozzo bicchiere con una gelatina rossa sopra che viene risucchiata come una ventosa quando si beve dalla cannuccia. Sgranocchio pop-corn tostati con qualcosa di dolce, mentre scorro la lista, essa stessa un oggetto prezioso, con le illustrazioni di insetti, foglie e radici di Gianluca Biscalchin. I drink hanno nomi originali, WHITE MONKEY, ALEX… COME HERE, BE * SOON * NIGHT, come per rimarcare che sono drink creati lì per essere bevuti lì, alla creatività di Sisti, con dei prezzi non diversi da un qualsiasi locale sui navigli. Mi decido per un HELLO COLIN, un miscuglio di mele, miele, cannella, altre cose strane con gin tanqueray. Speravo in qualcosa di dolce, ma il gin come sempre si impone su tutto.

La serata procede tranquilla, la luce soffusa dona intimità, nonostante la dozzina di ragazze sulla ventina che si siede affianco a noi. Gli stuzzichini dell’aperitivo sono belli e ricchi di sapori differenti: tartine con pesto, pomodoro, tonno, formaggio, bicchierini pieni di una salsa verde decorata con una salsa beige, non saprei dire esattamente che ricette fossero ma non vorrei riprovarle perché mi sono rimaste sullo stomaco tutta la sera. Ciò che riconosco però è che ogni particolare da Carlo e Camilla è curato, mirato ad intrattenere il cliente che vuole sentirsi ricercato. Persino l’arredamento del bagno non è lasciato al caso, lo specchio per esempio è nascosto tra una serie di cornici vuote tra le quali bisogna scovare quella giusta. La vera chicca è nel cortile, che all’arrivo avevo tralasciato, ma che non mi lascio sfuggire mentre vado via. Grandi macchinari che dovevano essere una volta  in funzione nella segheria, ora sono statue del giardino di questo rustico angolo di raffinatezza. Mentre aspetto il treno piove ancora, ma sorrido pensando a come io, senza preavviso né premeditazione, sia piombata in un connubio di moda, cucina e design catapultati in una scatola vuota a forma di segheria.

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