di Simone Apicella

I carri d’argento e di rame –

Le prue d’acciaio e d’argento –

battono la schiuma, –

Sollevano i ceppi dei rovi.

Le correnti della landa.

E i solchi immensi del riflusso,

Filano circolarmente verso est,

Verso i pilastri della foresta, –

verso i fusti del molo

Investito in un angolo da turbini di luce.

Questa sopra è Marine del poeta Arthur Rimbaud, contenuta nelle Illuminazioni, che leggiamo qui nella traduzione del francesista Ivos Margoni. Secondo la storia della letteratura, Marine è il primo esempio consapevole di poesia in verso libero apparsa in Francia – e forse in Europa. Se non è chiaro cosa sia un verso libero, è sufficiente contare le sillabe dei versi di questa lirica: manca una scansione metrica regolare e ciò rende impossibile prevedere, leggendo un verso, quali saranno le caratteristiche ritmiche di quello successivo. Ritmo, perchè è di questo che si parla in relazione alla metrica.

La metrica delle lingue romanze non prevede la presenza nel verso di posizioni fisse sulle quali porre gli accenti ritmici (come avviene per la metrica quantitativa delle lingue classiche e quella accentuativa delle parlate anglosassoni), ma regolarità nel numero delle sillabe e nell’alternanza delle rime. Almeno fino ai simbolisti, queste sono state le regole che hanno determinato il grado di poeticità di un testo. È evidente che nella poesia di Rimbaud nè l’alternanza delle rime nè il numero delle sillabe sono state rispettati. E allora, con quale criterio diciamo che Marine è una poesia? È necessaria la presenza di un metro riconoscibile, come unità di misura astratta del ritmo, per rendere un testo «poesia»? O c’è dell’altro, che va oltre la tassonomia tradizionale?

Analizziamo la composizione di Rimbaud come se fosse un testo qualunque. Dalle primissime righe sorge il sospetto che il linguaggio impiegato non sia letterale, bensì metaforico (“I carri d’argento e di rame/ […] battono la schiuma”). L’insistenza delle lineette è un elemento di pausazione che non favorisce la chiarezza della descrizione. In effetti la realtà che ci viene presentata è del tutto visionaria, una giustapposizione di immagini molto evocative (“Le correnti della landa”), che alterna oggetti del mare e della terra, e che forse rimanda qualcos’altro, ma nel testo non viene esplicitato. Non è possibile insomma dare una spiegazione univoca e razionale di ciò che l’autore sta descrivendo. Vi riconosciamo però una certa musicalità, una dolcezza nei suoni ( “E i solchi immensi del riflusso”) e quello che salta immediatamente all’occhio è l’impostazione tipografica inconfondibilmente poetica: le frasi non stanno tutte su due righe, ma vengono portate a capo con una certa regolarità.

Dall’analisi risulta che Marine ha le caratteristiche per essere un testo poetico. Ora, rimane solo da individuare dove risiede la componente ritmica. Se non vanno considerati rima, accento e numero delle sillabe, bisogna cercare altrove. In Marine il ritmo è assicurato principalmente dall’insistenza di gruppi verbali ternali e binomiali,  scanditi (non sempre) dalle lineette alla fine del verso. Troviamo degli esempi evidenti nelle immagini iniziali, dove ricorre  la presenza di un sostantivo seguito da una coppia di aggetivi (I carri d’argento e di rame -/ Le prue d’acciaio e d’argento -”), e verso il fondo, dove si ripete il gruppo preposizione-sostantivo-complemento di specificazione (Verso i pilastri della foresta; -/ verso i fusti del molo).

La ripetizione di un costrutto grammaticale, così come delle sue sottili variazioni, danno al dettato un certo effetto ritmico, e insieme alla particolare pausazione concorre a creare un’atmosfera distesa e piacevole. Ne risulta che, nonostante l’assenza di un metro tradizionale, con il verso libero è possibile dotare un testo di proprietà squisitamente poetiche.

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