14 novembre 2018

La matematica non è un’opinione, la scienza forse si

La matematica non è un’opinione, la scienza forse si

di Federico Lucrezi

L’Italia? Un paese che odia la scienza.

Da questa affermazione piuttosto forte parte l’impietosa analisi di Paolo Mieli dalle colonne del Corriere del 11 gennaio. Si parla del caso Xylella, ultima vergognosa vicenda tutta italiana che non è mancata di attirare critiche dai quotidiani di tutto il mondo. Il Washington Post parla di processo italiano alla scienza e a ben vedere tutti i torti non ce li ha. La vicenda è nota: di fronte alla diffusione di un batterio molto aggressivo, originario del continente americano, che ha infettato numerosi ulivi del Salento causando ingenti danni alla produzione agricola, il comitato nazionale per le ricerche di Bari ha condotto studi meticolosi arrivando a ipotizzare di isolare e sradicare gli alberi infetti per eliminare il batterio dagli uliveti.

Sacrificare qualche migliaio di alberi per salvarne oltre un milione.

Ma, si diceva, siamo in Italia: la magistratura di Lecce ha aperto un’inchiesta contro i ricercatori, accusati di diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose e distruzione di bellezze naturali. I ricercatori del Cnr avrebbero volutamente diffuso il batterio nell’ambito di un complotto atto a stravolgere l’identità agroalimentare salentina e sostituirla con nuovi sistemi di coltivazione intensiva. Per non farci mancare niente il Movimento Cinque Stelle ha depositato una mozione di sfiducia nei confronti del ministro delle politiche agricole Maurizio Martina che non avrebbe contrastato questo complotto, mentre l’Unione Europea ha avviato una procedura di infrazione per sanzionare L’Italia che non ha adottato alcuna contromisura per contrastare Xylella.

Sarebbe tutto quasi divertente se non fossimo di fronte all’ennesimo sintomo di una malattia ben più seria. L’Italia è un paese in cui oggi, complici un sistema scolastico anacronistico e un politically correct da rispettare ad ogni costo, ognuno si sente fondamentalmente libero di dire la sua.

In qualsiasi campo. Anche laddove è completamente ignorante.

E poco importa se l’interlocutore ha tre lauree e un dottorato di ricerca in tasca, non per questo la sua opione deve pesare di più. Questo è il punto. Solo in una società sempre più marcatamente relativista a 360 gradi come quella italiana il parere di un ricercatore, rigorosamente giustificato e supportato da anni di studi, può venire derubricato a semplice opinione, e dunque in quanto tale non più valida di quella di un laureato in lettere antiche che si sia informato sul blog di turno.

Siamo ormai schiavi del falso mito del rispetto dell’opinione altrui, che non è mai più o meno valida della mia. Balle. Se si parla di fisica nucleare la mia opinione non vale quanto quella di un fisico che lavora e studia in questo campo da vent’anni. E se non riesco a riconoscere questo mi sentirò sempre in grado di esprimere opinioni alla pari, basate sul nulla. Il che peraltro oggi in Italia diventa un problema in presenza di una magistratura pronta a sostenere i miei deliri.

Purtroppo col passare degli anni questa tendenza si sta cementificando nel tessuto sociale italiano. Ci stiamo lentamente abituando a queste assurdità, tanto che ormai ci sembrano normali.

E gli esempi si sprecano: nell’aprile del 2013 a Milano anni di studi (con finanziamenti ottenuti con pazienza e fatica) su autismo e morbo di Parkinson sono stati vanificati da un gruppo di delinquenti animalisti che ha fatto irruzione nei laboratori del dipartimento di farmacologia dell’Università liberando centinaia di cavie infette e conigli. Appena un anno prima un altro blitz portava alla liberazione di alcuni beagle destinati alla ricerca biomedica dall’allevamento Green Hill, nel bresciano. In entrambi i casi lo scopo era salvare gli animali dalla vivisezione. Esistono persino diverse associazioni, una su tutte la LAV, lega anti vivisezione, che coordinano questi attivisti.

Piccolo dettaglio: in Italia la vivisezione non esiste, ma ovviamente questo non importa a nessuno.

Più scalpore ha destato il metodo Stamina, trattamento mirato alla cura di malattie neurodegenerative,  privo di qualunque riscontro scientifico che tra il 2013 e il 2014 ha fatto discutere tutta Italia. Nonostante i pareri negativi di illustri scienziati, esperti e persino qualche premio Nobel, infatti, grazie a una pressione fortissima da parte dell’opinione pubblica e a vere e proprie campagne televisive in supporto di Stamina, in particolare attraverso i servizi della trasmissione Le Iene, il Parlamento nel 2013 ha deciso di avviare una sperimentazione del metodo. Tutto si è poi ovviamente concluso col riconoscimento dell’inconsistenza del metodo stesso e successivamente con l’avvio di procedimenti penali verso il padre di Stamina, Davide Vannoni (laureato in scienza della comunicazione). Nella seconda metà degli anni 90 una storia simile aveva coinvolto il metodo Di Bella, una terapia alternativa altrettanto priva di fondamenti scientifici per la cura di alcuni tipi tumori, ma a quanto pare in Italia non impariamo proprio mai.

Siamo il paese in cui la medicina è un’opzione, al pari di omeopatia, osteopatia, fitoterapia, ayurveda, agopuntura, antroposofia e gli amuleti di Wanna Marchi (che tutto sommato almeno non danneggiava le coltivazioni salentine); il paese in cui ormai i medici non si stupiscono nemmeno più davanti al dottore, ho letto su internet che al posto della chemioterapia potrei iniziare a mangiare più frullati di barbabietole: una donna è guarita così…

Per citare un ultima perla, ma l’elenco potrebbe essere davvero lungo, è di questi giorni la notizia del sindaco di Borgofranco d’Ivrea, nel canavese, che dopo aver letto su internet di studi secondo i quali le onde elettromagnetiche causerebbero tumori ha pensato bene di spegnere il wi-fi nelle scuole, nei parchi e in tutti i luoghi pubblici. Peccato che, benché la pericolosità delle onde elettromagnetiche sia una questione effettivamente dibattuta, non esistono evidenze scientifiche circa la pericolosità delle emissioni dei sistemi wi-fi, tanto più che i livelli di esposizione, in Italia soprattutto, sono notevolmente inferiori alle soglie raccomandate.  Evviva il progresso.

Questa, purtroppo è l’Italia. E il proliferare di episodi come questi, piccoli o grandi che siano, non è appunto casuale. C’è una profonda anomalia alla base, troppo grande per un paese che ambisce ad essere un grande paese, ma che evidentemente è ancora profondamente retrogrado e ignorante in materia scientifica.

Ci si lamenta della fuga di cervelli, il vero problema è la permanenza degli idioti.

Images: copertina

About the Author

Federico Lucrezi
Studente magistrale laureato in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano. Educatore in parrocchia, chitarrista in un duo acustico, scrittore di racconti, appassionato di musica, birra, libri e arrosticini. Mi è sempre piaciuto leggere e scrivere, ascoltare storie e averne qualcuna da raccontare. Lettore da sempre, la passione per la scrittura è nata con i primi temi a scuola, quando per la prima volta riempivo io una pagina anziché studiarne una scritta da qualcun altro. Redattore e fondatore del giornalino della scuola alle medie, da allora ogni scusa è buona per confrontarmi con una pagina bianca che aspetta solo di essere scritta. I miei libri: http://www.amazon.it/Federico-Lucrezi/e/B07DFHW5DX

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