Di Alessandro Vulla

L’Italia ha annunciato in questi giorni un rafforzamento delle truppe in Iraq, mentre si prepara ad un imminente intervento in Libia.
Intanto, il governo iracheno ha ufficializzato l’assegnazione dell’appalto per la messa in sicurezza della diga di Mosul all’azienda italiana Trevi. L’Italia invierà 450 soldati e mezzi per permettere che il lavoro di operai e ingegneri avvenga in totale sicurezza in quanto la diga si trova a circa 30 km dalla città di Mosul, città a nord dell’Iraq sotto pieno controllo dell’Isis. I 450 soldati che difenderanno la diga si aggiungono ai 130 soldati già annunciati che verranno inviati ad Erbil (Nord Iraq) e ai circa 400 soldati già impegnati in Kurdistan portando il numero dei soldati italiani in Iraq ad oltre mille, rendendolo il secondo esercito straniero in Iraq, secondo solo a quello degli Stati Uniti. Le operazioni dei soldati italiani sono per lo più difensive o di addestramento, infatti l’esercito italiano addestra forza peshmerga in Kurdistan e forze di polizia a Baghdad. Dopo l’invito del segretario della difesa degli Stati Uniti Ashton Carter, a dare maggiore contributo alla lotta contro l’Isis, l’Italia ha dato una risposta chiara e di appoggio alla coalizione dopo il vertice sulla Siria a Roma  e in questo modo rafforza il proprio impegno internazionale.  Il premier Matteo Renzi ha più volte ribadito il ruolo importante dell’Italia nelle missioni all’estero. Infatti oggi l’Italia da un contributo importante in missioni  Onu, Nato o Unione Europea impegnata in totale in 26 missioni di pace, di pattugliamento o addestramento di forze locali. Tra le missioni in ambito Nato l’Italia opera in Bosnia Erzegovina, in Macedonia, nelle coste della Somalia,in Kosovo, in Afghanistan opera per l’addestramento di forze locali, nel Mediterraneo in missioni di pattugliamento. Operazioni militari spesso rischiose di queste l’ascesa dell’ Isis in Afghanistan ha costretto il rinvio di un anno la fine dell’ operazione militare, fino a quando con l’addestramento di forze locali non si stabilizzi nuovamente l’area. Oltre in questa zona calda dove operano 600 militari italiani, vicenda  che ha fatto scalpore e tema di dibattito politico nazionale è stato l’arresto dei due marò italiani , impegnati in missioni contro incursioni di navi pirati molto frequenti tra il mare che separa Somalia e India, accusati di aver  sparato a due pescatori  in acque indiane.  Per conto dell’Onu opera in Mali nell’operazione Minusma e in Libano con la missione Unifil che conta circa 1200 soldati italiani, una delle missioni piu’ numerose e rischiose impegnati tra il confine Libanese e Israeliano. Per conto dell’ Unione Europea opera in paesi già citati quali Afghanistan, Mali, Kosovo, corno d’ Africa , Egitto e Iraq. Sebbene in Iraq l’ Isis va indebolendosi, in Libia l’Isis si rafforza favorito da una instabilita’ politica, in cui il governo di Tobruk e Tripoli non hanno ancora trovato un accordo per la formazione di un governo nazionale. Dato gli interessi italiani nella regione da quelli energetici o dal problema dell’arrivo dei barconi al largo delle coste italiane, pare sempre più imminente un intervento militare con a capo della coalizione l’Italia  sostenuta da Francia, Gran Bretagna e USA. Il governo italiano ha mostrato più volte prudenza e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha piu’ volte affermato che l’unica soluzione alla questione libica è diplomatica e sosterrà una missione militare solo se richiesta legittimamente dal parlamento libico. Tuttavia dichiara che l’Italia è pronta a intervenire anche se l’instabilità politica dovesse prolungarsi e non si riuscisse a trovare un accordo per un governo nazionale. Non sono ancora chiari  i dettagli e i costi di questa nuova operazione militare, ma si parla di un intervento di 5000 soldati italiani a sostegno delle forze libiche. Un tale numero significherebbe  rendere la missione libica la  più importante del governo italiano all’ estero e quella con maggior numero di soldati. I dubbi di un intervento militare sono parecchi, molti sostengono che una tale operazione richieda tempi lunghi  dall’effettivo intervento militare fino alla  stabilizzazione del paese libico, con costi enormi per un economia che a stento si sta riprendendo da una recessione e dopo anni mostra segni di crescita incoraggianti.  Ma gli interessi nella regione e la sua importanza non possono escludere una partecipazione dell’ Italia in un azione militare che andrà avanti anche senza la sua collaborazione. Così come è avvenuto nel 2011 con i bombardamenti della Nato fortemente appoggiati da Francia e Gran Bretagna che videro l’Italia esclusa dall’intervento senza neanche la sua consultazione durante gli ultimi mesi del governo Berlusconi. Inoltre l’Unione europea non è ancora riuscita a trovare una comune intesa per la difesa dei confini del Trattato di Schengen, trattato che pare sempre più messo in discussione dai continui sbarchi di profughi e immigrati. Il premier Matteo Renzi intenzionato a rilanciare l’immagine dell’Italia all’estero, scommette molto sul successo della missione di cui un fallimento può portare a gravi conseguenze. Le minaccie all’Italia si fanno sempre più violente nei video di propaganda dello Stato Islamico, per cui un intervento in Libia rischia di rendere l’Italia un obbiettivo primario di attacchi terroristici e questo le autorità italiane non possono non tenerne conto.

 

 

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