Di Roberta Giuili

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra.
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.


Jorge Luis Borges (Buenos Aires 1899- Ginevra 1986) fu un “bambino prodigio” dal momento che a soli sette anni scrisse il suo primo racconto “La visiera fatal”. Può essere considerato un precursore del postmoderno, nella sua irrealistica e labirintica contaminazione di generi letterari e piani spazio-temporali, con il risultato di una proliferazione di punti di vista e prospettive.

 Nel 1938 a causa di un incidente fu affetto da una grave malattia agli occhi, che doveva in breve condurlo a una quasi completa cecità. Il suo destino professionale a Buenos Aires fu condizionato dalla figura di Peron contro il quale si scagliò in un manifesto critico.

Il titolo della poesia è il fulcro, il perno di tutti gli elementi elencati in essa: Un’altra poesia dei doni. Borges apre il componimento affermando “Ringraziare desidero il divino labirinto”, e chiude la frase verso la fine ringraziando “per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già/ questa poesia, / per il fatto che questa poesia è inesauribile/ e si confonde con la somma delle creature”. Il divino labirinto delle cause e degli effetti tale nella prospettiva alterata tipica di Borges della rappresentazione del reale come una serie di sfaccettature impossibili da scomporre e comprendere, è fonte dei doni per cui ringraziare: è fonte della diversità delle creature (le stesse del Cantico di Francesco), della loro inspiegabilità, come è fonte allo stesso tempo del tentativo regolarizzatore della ragione, “che non cesserà di sognare un qualche disegno del labirinto”. L’elenco stesso dei doni è labirintico, senza un ordine, ma la ragione, col suo bisogno d’ordine, può farci intravedere una gerarchia, una struttura nella loro confusione, e la divisione più evidente è proprio quella tra i doni tipici dell’irrazionalità (il viso di elena, la perseveranza di ulisse, l’amore, le mistiche monete di Silesius…) e la razionalità di altri, dell’algebra, di Shopenhauer, del geometrico e bizzarro gioco degli scacchi, della tartaruga di Zenone…

E poi il mondo letterario “Le mille e una notte”, la “Divina commedia”, il “Fedone”, “Il nome di un libro che non ho letto”. Tutte queste sezioni sono intervallate dalla materialità degli elementi naturali, che a inizio strofa fanno da spartiacque: mogano, sandalo, cedro, pane, sale; prisma di cristallo, peso d’ottone, strisce della tigre.

E seguendo un percorso introspettiva si passa poi alla percezione umana dell’esistenza, prima esteriore attraverso i momenti della giornata, poi interiore attraverso i sentimenti, di coraggio, di appartenenza, di affetto, quest’ultimo rappresentato dall’accenno al padre stesso del poeta: Francesco Haslam, “che chiese perdono ai suoi figli perchè moriva così lentamente” con allusione alla cecità da cui era affetto. L’ultimo grazie va ai due tesori occulti “il sonno e la morte”, dove si perde la cognizione del tempo, così come nella musica.

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