di Simone Apicella

Recentemente la collana dei Meridiani Mondadori ha accolto tra le sue pagine l’opera del poeta milanese Clemente Rebora (“Poesie, prose e traduzioni”, pagg 1462), grazie al lavoro di sistematizzazione critica e filologica della curatrice Adele Dei. Eppure, nonostante questa ennesima consacrazione nell’Olimpo letterario, è molto difficile ricordare il suo nome in mezzo a quelli di altri grandi della letteratura del primo Novecento: Gozzano, Marinetti, Palazzeschi, Campana. Anzi, è uno di quei tipici autori secondari che nei programmi di letteratura delle superiori passano inesorabilmente in secondo piano, del tutto sacrificabili.

Frammenti lirici del 1913 è l’opera d’esordio di Clemente Rebora, e anche la più significativa. Nata e pubblicata nell’ambiente culturale della rivista fiorentina «La Voce», la raccolta contiene settantadue componimenti, crudemente numerati alla romana. Lo sfondo di queste poesie è la città, ma priva della positività futurista che dominava l’immaginario dei primi anni Dieci. L’insofferenza per un ambiente urbano degradante, l’ansia per un’identità costantemente minacciata e il disperato “bisogno d’infinito” formano il nucleo tematico della raccolta – evidente è l’influenza di Baudelaire e del decadentismo, filtrata attraverso l’esperienza poetica della Scapigliatura.

Tra le pagine di Frammenti lirici emerge faticoso lo scavo del poeta dentro se stesso; una difficoltà resa da continui contrasti e occasioni di conflittualità, che vanno a costituire tanto l’ossatura metrica – irregolare, in versi endecasillabi e settenari, priva di schema rimico – quanto il contenuto metaforico e il duro tessuto sonoro dei componimenti («L’egual vita diversa urge intorno;/ cerco e non trovo e m’avvio/ nell’incessante suo moto»). Per Rebora si è parlato di compresenza di espressionismo e autobiografismo, cioè di un uso molto disinvolto delle forme linguistiche («l’ignava sloia[tedio] dei rari passanti,/ la schiavitù croia[dura] dei carri pesanti») con forme lessicali dantesche, colte, popolari, in una poesia che ha come principale oggetto la vita interiore del suo autore («ma che giovò se l’aria mi fu tolta, /se ogni ora parve un ripiego di fretta»), o meglio, frammenti di un vissuto quotidiano che il poeta rende in drammatici versi.

Qui abbiamo una poesia selezionata da Frammenti lirici, dove emerge chiaramente la conflittualità interna al poeta, la disinvoltura nell’uso del linguaggio, il “bisogno d’infinito”, l’io minacciato:

XXVII

È di me parte un uomo da lavoro,

rude le membra e in giubba affumicata,

che tutto nel sonoro

bàttito volge della sua giornata;

è di me parte l’uom che pavoneggia

la vanità della superbia dotta,

e coi bravi gareggia

e pugna dentro alla cìvile lotta;

è di me parte l’uom che nell’azzardo

del presente s’incita e la gazzetta

ha per vangel, beffardo

ciò che non appaga la sua fretta;

è di me parte l’uom che s’apparecchia

il gioir dei conforti

mondani, e non si specchia

che dove è la violenza dei più forti;

e altro ancora: e intendo

il divenir tremendo che non cura

l’opporsi, e si fa storia e natura;

ma dove nel libero indugio

arcanamente s’agita il mio volo,

odio l’usura del tempo

paurosamente solo.

La vita di Rebora subisce una cesura nel 1931, l’anno in cui decise di abbracciare il sacerdozio. Il tanto agognato bisogno di eterno veniva forse soddisfatto nella sua conversione cattolica. La sua produzione poetica subì invece uno stallo, che fu superato solo negli anni precedenti alla morte (1957), quando produsse testi di commossa devozione religiosa. Se vogliamo dare sfogo alle ipotesi circa l’ispirazione ritrovata, mi sembra convincente pensare a un rinnovato e più potente “bisogno d’infinito”, associato all’ansia di morire negli ultimi anni di vita. Ma siamo solo nel campo delle ipotesi, e la parabola esistenziale di un autore non si esaurisce negli accenni biografici.