di Alessandro Villanueva

Il Medio Oriente dopo la crisi in Siria, Iraq e Yemen rivede gradualmente nascere la rivalità e il conflitto tra due potenze della regione: l’Arabia Saudita e l’Iran. La prima è il principale partner politico ed economico mediorientale di Europa e Stati Uniti, la seconda invece si annuncia come nuova potenza regionale in grado di provocare il timore dello Stato saudita determinato a mantenere l’ influenza nella regione. Alla base di queste nuove tensioni vi è l’esecuzione di un importante leader religioso sciita, Al-Nimr, che ha provocato una serie di eventi che hanno visto il rapporto tra Arabia Saudita e Iran scendere ai minimi storici. La notizia dell’esecuzione del leader sciita ha causato le immediate proteste del governo iraniano Khomenei e della guida spirituale l’ayatollah Khamenei accusando l’Arabia Saudita di volersi sbarazzare di un personaggio politico scomodo alle autorità. L’ambasciata saudita a Teheran è stata presa di mira da proteste di piazza, successivamente si sono registrate rivolte a consolati e ad altri enti legati all’Arabia Saudita. La reazione saudita è stata veloce e ha decretato la chiusura dell’ambasciata a Teheran e quindi la rottura di ogni relazione diplomatica con l’Iran. Alla scelta saudita si sono aggiunti Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Sudan. Successivamente l’Arabia Saudita ha deciso di sospendere ogni volo verso la capitale iraniana. Questo scontro, però, nasce da una divisione religiosa la cui origine è ben lontana. L’Iran infatti è uno stato a maggioranza sciita, il più importante, mentre l’Arabia Saudita è uno stato sunnita nel cui territorio si trovano i centri religiosi più importanti delle religione musulmana; per questo l’uccisione del leader Al-Nimr ha provocato tanto sdegno, in quanto compiuto da un paese di fede sunnita. Prima di questo evento lo scontro tra i due paesi si è verificato con sostegni economici e militari fittizi nelle zone di conflitto della regione, appoggiando rispettivamente il governo di Bashar Al-Assad, sostenuto dall’Iran, mentre dall’altro fronte l’Arabia Saudita appoggia le fazioni che lottano contro il potere di Assad o come sta succedendo in Yemen, in cui la coalizione guidata dall’Arabia Saudita sta combattendo da mesi contro gli Houthi, una milizia di sciiti yemeniti appoggiati dall’Iran, che è riuscita a rovesciare il governo sunnita e filo-saudita; territori, tra l’altro, il cui interesse geopolitico è fondamentalmente strategico. In Iraq invece l’Iran prova ad aumentare la propria influenza in paese che si divide a nord con maggioranza sunnita e a sud maggioranza sciita un governo al cui potere vi è un leader sciita. La lotta a Daesh ha visto più volte il rischio di uno scontro settario in un paese già in ginocchio dove le milizie sciite sono intervenute in zone a maggioranza sunnita risultando determinanti come a Tikrit oppure ininfluenti senza che venisse chiesto il loro aiuto sopratutto nella presa di Ramadi. Tuttavia il reale motivo che ha infiammato la rivalità tra i due paesi sono le sanzioni iraniane ufficialmente rimosse il 18 gennaio scorso, che aprono grandi possibilitá di crescita per lo stato iraniano e opportunitá d’investimento per in Paesi europei tra cui l italia -che riceverà la visita del presidente iraniano Rohani il giornono 25 e 26 gennaio. La rimozione delle sanzioni, difatti, permetterà all’Iran di rilanciare la propria economia, ma soprattutto di  esportare petrolio a livelli precedenti alla sanzioni, entrando in questo modo in conflitto con l’Arabia Saudita il più importante esportatore di petrolio. Tutto questo avviene mentre il prezzo del petrolio al barile è ai minimi storici, in cui la domanda e l’acquisto del petrolio è notevolmente calata a causa della crisi economica. Se nel mercato dovesse entrare anche il petrolio iraniano questo significherebbe una grave perdita per l’Arabia Saudita la cui economia si basa essenzialmente sulla vendita di petrolio a differenza dell’economia iraniana più diversificata e con un settore industriale nazionale molto più sviluppato. Per questo motivo il crollo del prezzo del petrolio ha avuto delle importanti conseguenze anche sull’economia interna saudita, imponendo notevoli tagli ai servizi causando un malessere generale e inaspettato, dato soprattutto dal fatto che erano anni che l’economia saudita non conosceva un periodo di crisi. Lo scontro tra Iran e Arabia Saudita ha avuto grande riscontro nell’ultimo vertice Opec in cui da un lato vi sono Paesi come l’Arabia Saudita che sono favorevoli a un aumento della produzione e altri paesi come il Venezuela, paese in profonda crisi politica ed economica che ha profondamente risentito del crollo del prezzo del petrolio. L’Opec non è riuscita a stabilire un prezzo di vendita fisso tra i Paesi dell’organizzazione, ma è riuscita ad imporre un tetto di produzione collettivo. La scelta dell’Arabia Saudita di non voler tagliare la produzione è legata al desiderio, oltre a non voler perdere importanti acquirenti, di contrastare la produzione di petrolio dell’ Iran il quale potrebbe risentire del prezzo del petrolio ormai ai minimi. La strategia dei sauditi è quindi quella di contrastare un potenziale rivale, la cui influenza potrebbe cambiare e aprire nuovi scenari nella regione. Nonostante i tentativi di placare le tensioni tra i due paesi, la crisi diplomatica rimane e la certa crescita economica dell’Iran causerà ulteriori tensioni con l’Arabia Saudita intenzionata a mantenere la leadership nell’area, mentre la guerra si lotta appoggiando i movimenti più vicini alle proprie strategie mentre un altro paese. Come ad esempio il Bahrein, un paese a maggioranza sciita, ma a capo un governo sunnita,  che sta vedendo nascere nuove tensioni in questo scontro, che prima ancora di essere uno scontro settario religioso è uno scontro economico e politico tra due potenze che bramano per la leadership.

 

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