di Fatima Ismaeil

Il velo islamico, l’abbigliamento islamico femminile, è modestia, pudore, integrità, intimità; è manifestazione visibile dei principi propri dell’etica sessuale islamica, del rapporto, basato sul rispetto profondo delle rispettive dignità personali, tra donne e uomini. E’ Tradizione.

Non considerando, l’Islam, corpo e anima entità nettamente separate tra loro, la religiosità islamica necessita costitutivamente di esprimersi attraverso la corporeità: il corpo diventa veicolo di adorazione e di obbiedienza nei confronti del Creatore. L’abluzione rituale, la circoncisione maschile così come la preghiera rituale, il digiuno, costituiscono altri esempi di questo tipo di approccio religioso globalizzante.
Mai come dagli anni ’80 del secolo scorso a oggi il mondo islamico si è, però, focalizzato con tale coinvolgente verve sull’istituto tradizionale dell’hijab femminile (il velo islamico, l’abbigliamento islamico femmiline). La spinta culturale de-colonizzatrice (che poi, ferma, ci siamo davvero de-colonizzati? L’azione religioso-culturale, politica, economica più influente del Medioriente, quella wahabita, va a braccietto con gli Usa da decenni e decenni), la volontà di riesumare parte di quel background autoctono brutalmente violentato dalla cultura colonizzatrice, la rivalsa identitaria e politica, la volontà di distinguersi palesemente dall’Altro, “moderno”, secololarizzato quindi spiritualmente perso, hanno fatto sì che ci si riappropriasse in modo deciso, formale, di un istituto che, per la verità, per secoli e secoli, era stato vissuto religiosamente, spiritualmente, socialmente, in maniera molto più tranquilla, con un’attenzione meno esasperante rispetto ad oggi e per questo più sana e autentica.

Se diamo un occhio agli splendidi vestiti tradizionali arabi (che sì, prima l’abito femminile si plasmava pure attraverso il peculiare humus culturale locale di ogni specifico paese), molti di loro, alla lettera, non concretizzano pienamente la normativa sharaitica relativa all’hijab (nonostante siano comunque, tradizionalmente, molto coprenti e ampi); trasudano però dignità, integrità, testimoni della peculiare etica sessuale islamica, l’etica del pudore (non della mortificazione).

Penso ai lunghi e semplicissimi, spesso poveri ma non per questo meno eleganti, veli neri che le donne egiziane, fino a un centinaio di anni fa, facevano scivolare ampi sui loro corpi, a mo’ di soprabito, occultando solo in parte i colorati abiti casalinghi; il collo scoperto, le braccia, spesso, per via del movimento, pure. Una retina nera scivolava morbida sui lineamenti mediterranei; dignità ma anche femminilità, bellezza, ché il pudore non è mortificazione.
L’esatta concretizzazione della norma? Non c’era. La concretizzazione e la condivisione di un principio religioso comunitario, il pudore? C’era, eccome se c’era.
Chiaramente, il semplice fatto che una prescrizione non venga attuata scrupolosamente per secoli, di per sé, non ci da il minimo diritto di non aderire alla stessa, formalmente, correttamente oggi. Ma ci da’ la misura del peso che la nostra cultura sapienziale e popolare attribuiva alle cose.

E ora?
I nostri corpi velati sono spesso strumentalizzati ai fini di rivendicazione identitaria religiosa e culturale, se non, in alcuni contesti come quello turco contemporaneo, palesemente politici.
Ci fissiamo sulle forma apparente delle regole sharaitiche con tale sterile zelo, con tale precisione ossessiva.
Si giunge perfino a snaturare costumi tradizionali locali in nome di questa pseudo crociata puritana che ormai ci soffoca tutti; e il mercato wahabita non perde mai l’occasione di propinarci ampie gamme di scadenti surrogati di abiti femminili “mega tendone style” i quali dovrebbero infagottare malamente i corpi delle musulmane devote. Se porti un khimar standardizzato, sì che sei devota, vuoi mettere?
La musulmana globalizzata. Quella che si veste allo stesso modo dal Marocco all’Indonesia, che non si chiede da dove viene, che non si nutre dell’humus della propria cultura locale, della tradizione che mortifica se stessa, testimoniando militarmente, fiera, con la propria immagine estetica, un altro innovativo tipo di antitradizione, quella globalizzata: la Tradizione del Nulla.

Siamo un biglietto da visita. Come il mondo occidentale contemporaneo rifonda la sua cultura e la sua forma mentis sul concetto estetico ed economico di immagine, così pure noi eleviamo la forma, l’immagine, nell’alto rango di ciò che nella vita conta, così noi utilizziamo la forma, l’immagine a scopo rivendicativo.
Ma cosa c’è dietro a quella immagine, dentro quella forma?
Come il mondo occidentale oggettivizza la donna (e oggi pure l’uomo) a scopi sessuali, economici, consumistici, così pure noi oggettiviamo il corpo della donna a fini identitari e politici.
Siamo poi così diversi?
Accanimento sul corpo della donna il primo, accanimento sul corpo della donna il secondo.

Le truppe nostrane e nemiche avanzano sulla pelle delle donne.
Che poi bisognerebbe pure chiedersi perché il tutto debba sempre e inesorabilmente riversarsi sull’altra metà del cielo; che il concetto di donna sia ricollegabile a quella di Terra, Cultura, Vita e quindi concezione di Essa, Manifesto, Bandiera? Che sia strumentalizzato in quanto mero elemento “debole”, facilmente sottomettibile? Boh, non so. Immagino esista una vastissima bibliografia su questa roba.
Eppure l’islam delle origini rese persone vere e proprie, in tutto e per tutto uguali agli uomini, quelli che venivano considerati meri corpi privi di dignità, sacralità, diritti, impietosamente seppelliti vivi dagli uomini del tempo, dai loro stessi padri. Da corpi a persone.
E ora, attraverso il genio maschile, di nuovo corpi?
Ci siamo involvendo?