di Simone Belletti

The Pleasure Garden (1925) è uno di quei film per cui la storia delle riprese è di gran lunga più romanzesca ed entusiasmante di quella impressa sulla pellicola.

Le peripezie cui è andato incontro il regista meritano di essere raccontante, non solo perché di per sé sono piuttosto spassose, ma anche perché, forse, nascondono un messaggio (ma di questo ne parleremo poi).

Tutto inizia con un giovane regista esordiente A. (ora non è importante il nome, è un esordiente qualunque) a cui viene affidato un film, una produzione anglo-tedesca per un melodramma.

Alla stazione di Monaco, a prendere il treno con lui si presenta una risicata troupe di quattro membri tra attori e operatori.

Manca poco alla partenza quando, Miles Mander, l’attore principale, sussulta: ha dimenticato in taxi il set per il trucco, si allontana di corsa e A. fa appena in tempo a dirgli di raggiungerli col treno successivo.

Ormai il treno si sta mettendo in moto quando un tafferuglio alla biglietteria attira gli sguardi dei viaggiatori dai finestrini: è Mander inseguito dagli impiegati delle ferrovie che con la valigetta del trucco che scavalca le recinzioni, riesce ad aggrapparsi all’ultima carrozza già in movimento.

Le riprese non sono ancora iniziate, ma il livello del dramma è già alto.

Il regista tiene anche la contabilità del set, ruolo che tra l’altro lo impegnerà molto di più di quello di direttore delle riprese.

I soldi sono pochi e bisogna tenerseli stretti; alla frontiera ad esempio sarebbe piuttosto oneroso pagare le tasse per le macchine da presa e le pellicole, meglio farle passare di contrabbando.

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Quando i doganieri ispezionano le cuccette, la suspense è palpabile, A. suda freddo, qualcuno non ha nascosto la pellicola abbastanza bene e viene sequestrata. Almeno la macchina da presa è salva.

Finalmente arrivano a Genova, anche se alleggeriti di tremila metri di pellicola, giusto il tempo di comprarne altra che il regista scopre di essere stato nottetempo derubato del restante budget.
A. ,disperato, è costretto a farsi prestare i soldi dagli attori e dalla troupe.

Riparto alla volta di San Remo dove si girerà la scena del tentativo di salvataggio dall’annegamento.

L’attrice che recita l’annegata comunica però di non poter recitare la scena, A. insiste ma gli viene detto che la ragazza è nel periodo del ciclo in cui non può immergersi in acqua.

Il regista incredulo dice di non aver mai sentito niente del genere, allora gli operatori sono costretti a spiegargli (alla veneranda età di ventisei anni) cosa sia il ciclo mestruale.
A. ascolta stupefatto, ma presto lo stupore si trasforma in rabbia, adesso non c’è più tempo e avrebbero girato la scena con un’altra attrice, solo che quest’ultima è molto più pesante della precedente tanto che l’attore non riesce a tenerla in braccio.
La scena viene rigirata varie volte sotto gli occhi di centinaia di curiosi che ridono a crepapelle.
Quando, finalmente, l’attore riesce a fare una decorosa uscita dall’acqua senza far cadere la nuova attrice, una vecchina a passeggio sul bagnasciuga entra nell’inquadratura guardando ben fisso l’obiettivo.

I guai e le peripezie non finirono certo qui, ma quanto detto finora è già abbastanza per dare l’idea del particolare clima che avvolgeva le riprese.

Non ci si aspetta da un regista così tapino, raffazzonato, più preoccupato del budget che delle inquadrature, una chissà quale carriera cinematografica, ebbene quel regista era nientepopodimeno che Alfred Hitchcock .

Pleasure Garden è stato l’esordio alla regia del maestro del brivido, annoverato oggi tra più grandi cineasti di sempre.

La storia di queste disastrose riprese (o almeno è così che ha voluto descriverle Hitchcock nel famoso libro-intervista di Truffaut) ci può insegnare qualcosa, che grandi non si nasce ma si diventa e a chi dispera di riuscire a lasciare il segno (in grande o in piccolo che sia) con la propria opera, gli vogliamo ricordare quanto fosse disperato Hitchcock durante la riprese di The Pleasure Garden.